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giovedì, 01 novembre 2007
 

Povero cane.

TheDipNoi donne siamo in grado di trattenere le lacrime e perfino i nascituri se determinate, tanto che il più delle volte si rende necessario il cesareo. Tratteniamo spesso anche il fiato, ma non la pipì, quella proprio non possiamo, così mi ritrovai costretta alla terza sosta in Autogrill.  Parcheggiai e in tutta fretta mi avviai verso la toilette, ma a metà percorso Tolomeo mi tenne inchiodata ad una Smart ululando incessantemente fino al tuo arrivo. Sigaretta in mano, ridevi sguaiatamente come il tuo cane, senza muovere un dito, più ti supplicavo di fare in fretta per via delle possibili conseguenze e più aumentavano i tuoi latrati. Poi hai richiamato il cavallo, ehm...il cane, e mi hai aspettata all'entrata del bar. "Sei la sua stella, gli piaci" dicesti. Sin da cucciolo ululava nelle notti stellate; il nome, conseguenza del suo interesse per la volta celeste. Pochi attimi per esaminare attentamente la tua espressione irriverente che diceva "Piaci anche a me, ma non montarti la testa" e già ero seduta ad un tavolo davanti a un caffè e all'uomo che mi avrebbe fatta innamorare.
Il tuo teorema di vita sciorinato in pochi minuti si poteva riassumere in due frasi, la prima e l'ultima:  "Non permetto a nessuno di entrare nella mia vita" e "Sei una bella donna, ma un po' cretina". Non capivo bene cosa mi stesse succedendo, avevo difronte un impertinente che sembrava impersonare Humphrey Bogart, l'antitesi del mio uomo ideale, mi ero sempre detta. Tra un sfottò e l'altro, però, c'era il tentativo di psicanalizzarmi, di risolvere le mie turbe con carinerie e complimenti ed incredibili sagge intuizioni. Tra i nostri sguardi schivi e il tuo sorriso a mezza bocca c'era un'energia che mi attraversava il corpo fino a rendermi completamente liquefatta, imbarazzata dall'ineluttabilità della condizione in cui volgevo, tuttavia sciolta goccia a goccia allo scandire delle tue parole.
Un rapporto fatto di lunghi periodi di assenza privi di spiegazioni, durante i quali anche Tolomeo, che avevo in custodia, sentiva la tua mancanza. Diventava afono, mangiava svogliato e contribuiva al mio disordine andando a prendere i pochi vestiti che lasciavi nel mio armadio per poi distribuirli nei suoi angoli preferiti dell'appartamento. Senza la presenza del mio amore mi lasciavo andare, non mi nutrivo a dovere e arrivavo a trascurare la pulizia della casa, questo accadeva ogni volta. Quando c'eri, invece, era tutto uno scondinzolare, ululare, ridere e fare l'amore. Pensavo di assecondare i miei desideri, invece, per paura di perderti, compiacevo proprio te che sentenziavi col tuo fare da uomo di mondo: "Gli uomini sono dei bambinoni, devi fargli credere che stai facendo quello che vogliono loro, che in realtà è quello che vuoi tu". Questa mia condiscendenza si replicava sotto le lenzuola, questo però, l'ho saputo solo adesso che mi hai lasciata facendomi capire senza mezzi termini che ero dispregiata non solo per l'infamia del mio comportamento, ma anche per l'imbecillità del mio essere femmina. Allora, infatti, ero convinta che la ricompensa della mia virtù fosse la perfezione, che nel sesso ero certa essere più distinta. Non era così, non con te.
Un giorno caratterizzato prevalentemente da torbidi pensieri, feci l'orribile gesto: abbandonai Tolomeo nel "nostro" Autogrill, in verità sperando che accorressi tu per salvare almeno lui.


[Nell'immagine: The Dip - Maureen Cavanaugh]
Si perde un titolo e se ne trova un altro.
postato da fotoreportress | 17:14 | commenti (4)
amore, vita, sesso


domenica, 21 ottobre 2007
 

Giulia.

Luke - Chris KlapperIl giorno seguente è arrivato il gelo. Raffiche di vento violente sulla nuca, dolorose, che parevano schiaffi di un padre deluso, hanno spazzato via l’humus fermentato in un ambiente torbido. Apparentemente giusto, adatto al momento, cercato e voluto, però umido e soffocante, inquinato e pungente sotto le sensibili narici. Un odore che non si dimentica come la naftalina per il tarlo nelle tue mutande.

L’incenso lo odio. S’imprime sulla corteccia, tu soffri e lui ti provoca conati di vomito. Neanche la bara e le lacrime convulse di mia madre mi hanno dato sollievo. Giulia, fosse stata femmina avrebbe preso il suo nome. Amavo la sua contagiosa risata di naso, il tic dell’occhio che annunciava battute sagaci, la passione per le paste alla panna. E la casa nel palazzo vecchio con quattro piani di gradoni di marmo, il pavimento di cotto bicolore perfetto per giocare a campana, il ripostiglio buio dietro la tendina a fiorellini dove si rifugiava la gatta furastica, la sua preferita, e persino il casotto in legno del vecchio bagno sul terrazzino che mi faceva tanto stupore. L’inglese imparato dagli alleati che non aveva mai dimenticato e il suo partecipare alle discussioni dei compagni di università dei figli. Smalto e rossetto rosso anche in casa, movenze ipnotiche per me bambina che seguivo i suoi anelli di fumo fantasticando di riuscire un giorno a cucirli con i suoi fili da sarta per portarli via con me. Le avrei dato il nome di una donna che amava la vita.

“In gioventù le forze della natura sono enormi, ci si deve riprodurre al più presto possibile. Tu che aspetti piuttosto?”

 

Non avrei avuto scelta. Una libertà negata dalla natura stessa. Destino? Questo destino ha voluto che non ci fosse quello che sentivo. Il corpo inganna e forse avrei preferito sentirmi prigioniera. Sì, per un attimo ho creduto che sarei stata felice così. Avrei scritto qualcosa di sensato, finalmente.

[Nell'immagine: Luke - Chris Klapper]

postato da fotoreportress | 17:53 | commenti (6)
riflessioni, vita