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venerdì, 22 giugno 2007
 

Affiche.

untitled 2Ingegnere navale, questo voglio diventare. La fortuna è stata trovare la rivista. Se non mi avessero chiesto di fare quella consegna nell’ufficio del guardiamarina mi sarei accontentato dei pochi dinari che guadagno scaricando al porto. L’ho rubata dalla scrivania, attirato dalla stampa in copertina, uno spettacolare transatlantico dei primi del Novecento, maestoso, che solca le acque di chissà quale oceano. C’è scritto che queste stampe vengono battute all’asta da Christie’s a Londra per cifre comprese tra la 3.000 e le 7.000 sterline, non so chi sia questo Christie e quanti dinari tunisini servono in cambio di quegli zeri, mi accontento di questa copertina, spero solo non arrivi troppo stropicciata. Ci farò un’affiche per la mia nuova casa, perché io avrò una casa tutta mia, al massimo la dividerò con i mie due compagni di viaggio.
Agitati, i miei compagni, a dispetto del mare che oggi non lo è poi così tanto. Basta seguire la corrente, non dobbiamo fare altro che lasciarci trasportare. Non dobbiamo fare nulla se non pregare e sperare. Allora leggo, gli altri pensano che sia matto, dicono che sono un giovane incosciente, che dovrei preoccuparmi di non naufragare. Ma io sfoglio ancora la mia speranza di lavorare per questo mare che mi sta portando alla salvezza. Un giorno progetterò anch’io un transatlantico, intanto ho progettato la mia fuga. Lampedusa non è lontana.


postato da fotoreportress | 14:42 | commenti (14)
viaggi, riflessioni


mercoledì, 06 giugno 2007
 

My random vision.

postcards 2Mi domando perché siano pubblicati così tanti fiori su flickrvision.com. Certo è che il soggetto sta immobile, si presta. Forse è la lesson number one del corso di fotografia on line, non saprei.

Con lo scatto si cattura un raggio di bellezza che la natura con molto studio ha dipinto, questo il motivo? No, non solo questo. Si fissa il proprio stato metafisico, quello anelato, si dice “essere in fiore” vuol dire essere in ottimo stato. Oppure un desiderio inconscio di colore che rallegri grigie esistenze, poiché evidentemente non ci sono abbastanza arcobaleni in questo cielo.

 

Cos’altro pubblicato? Gli affetti. Figli a pari merito di cani, gatti, finanche di topi (criceti e simili). Trofei esibiti per soddisfare vanità. Non credo si tratti di condividere la propria gioia, quella si vive, si partecipa di persona. Si possono spedire privatamente foto ricordo a parenti e amici lontani, ci si può collegare con la webcam per ridurre le distanze, ma non si possono pubblicare trofei viventi!

Ancora esibizione della felicità con matrimoni, serate beverecce nei pub e in discoteca, e vacanze. Manierismo, null’altro. Una posa, un sorriso e un po’ di cazzeggio il tempo dello scatto e poi di nuovo ubriachi persi, malinconicamente rinchiusi nella propria solitudine.

 

Esagero, lo so. Si vuole condividere la poesia di un tramonto, raccontare in luce i paesaggi mozzafiato, luoghi che con nostra sorpresa appaiono incontaminati, probabilmente effetto di un retaggio ancestrale degli esploratori che fummo.

Bellezza, la bellezza delle forme, quella si vuole spartire. Arte figurativa per gli artisti, mestiere per i professionisti e aspiranti tali.

 

Ricordi di viaggi passati per me.

 

Gli occhi dolci degli elefanti tailandesi che si tiravano indietro tremanti in una smorfia di paura tipicamente umana ad ogni accenno di punzonatura da parte dei loro schiavisti. Occhi dolci delle bambine a spasso sulla spiaggia mano nella mano dei vecchi schiavisti occidentali. Occhi dolci dei trans che mi invitavano a consumare al bancone del bar per il quale si prostituivano, e per scambiare due chiacchiere con chi sapevano non avrebbe mai consumato loro. Occhi dolci di inservienti servili ma dignitosamente fieri della loro proverbiale ospitalità buddista. Ho pianto insieme al turista intervistato pochi giorni dopo la tragedia dello tsunami, quando singhiozzando ha raccontato che i tailandesi superstiti non facevano altro che ripetere con contrizione: “Sorry, tsunami, not our fault”. Investimento turistico può pensare qualcuno, non io.

 

“Lì ci sono stata!” era il Bryce Canyon. “Quella è la Death Valley…” appare la didascalia “…infatti!”. Della East Coast mi sono capitate solo istantanee di cene e convegni, niente skyline  newyorkese o viali alberati di Boston, dovrò tornare a farmi ipnotizzare per capire se qualcuno li fotografa ancora. Ma degli Stati Uniti ho visto molto altro, so riconoscere gli animi degli americani provinciali e bigotti che occupano miglia di deserto con capannoni immensi allo scopo di rinchiudersi il weekend per annullarsi giocando al terribile Bingo. E famiglie intere di obesi mangiare immonde porcherie nei parchi giochi a tema. E giovani sognatori stranieri con la green card in saccoccia, in fermento di libertà, finché non vedranno molte delle loro troppe aspettative non realizzate.

 

In Europa più dei viaggi vedo letteratura, le ambientazioni dei miei classici preferiti. Però in Russia pubblicano concerti, perlopiù rock da come si atteggiano i musicisti. I nuovi russi sono ancora interessati all’arte o sono troppo occupati ad organizzare charter per vacanze a Sharm El Sheik e shopping in Italia? Me lo chiedo veramente.

 

Sull’Africa come sull’Oriente e Medio Oriente è più che altro velata, se non inconsapevole, denuncia sociale. Immagini che richiamano diritti negati, ma sono solo accenni, questo flickr deve avere qualche filtro, non è possibile che ci sia un’autocensura così radicata. Gli ho dedicato troppo del mio tempo, ma sempre poco, evidentemente, per arrivare a conclusioni attendibili.

 

E dagli altri paesi che ho visitato nessuno pubblica? Questione di fuso orario, di abitudini o più semplicemente di sfortuna? In Messico, ad esempio, c’era un internet caffè ogni angolo, anche nei paesini sperduti tra le montagne e in mezzo alla foresta, tant’è che ho pensato che solo il tamtam tecnologico avrebbe potuto radunare folle di manifestanti immense come quelle che ho visto sia nella capitale che nel paesino inerpicato tra i rifugi degli Zapateros attivisti. Eppure niente, non mi è capitato nemmeno uno scatto.

Forse flickr ha un suo target di users, o problemi di diffusione, oppure un suo target di viewers. Un culo maschile a brache calate c’era, l’ho visto. Poi volti di donna, intensi, penso che sono ritratti da altre donne. Sembra che gli uomini non siano più contemplatori di volti femminili, troppo impegnati a curare e ritrarre i propri di volti. Sembra, ho detto sembra…

 

Il porto di Genova, sento i suoi odori. Quello di Napoli, sento le sue voci. Il Po sotto un cielo plumbeo. Non ho mai fatto un viaggio lungo il Po.

 

Una cosa ho capito di me stessa: sono out, tagliata fuori, demodé, andata. Per quanto avessi sentito parlare del Giappone moderno, non sapevo che i party più trendy e scatenati del globo sono attualmente d’obbligo a Osaka e a Tokio, o forse che i giapponesi sono i soliti fissati con la macchina fotografica al collo e adesso sballati anche di flickr?

 

Grazie flickrvision.com per questo viaggio, e grazie a Oltranzista per la segnalazione.

postato da fotoreportress | 19:49 | commenti (10)
viaggi, riflessioni, arte, internet


sabato, 24 marzo 2007
 

Di pollici e di intestini.

Tre giorni a Berlino per un convegno internazionale mi hanno fatto pensare alle priorità da mettere in agenda:

  • Perfezionare la lingua inglese, magari con specializzazione sul nuovo lavoro, per evitare di ritornare in patria con gli appunti in bianco e l’umore in nero. In alternativa, ricordarsi per tempo di declinare gli inviti alle conferenze internazionali dove non sono previste traduzioni di lingua italiana (ci vuole sempre un’alternativa).
  • Divulgare pro bono un quick reference a sostegno dei viaggiatori che non sanno come lavarsi il deretano in mancanza del bidet, questo sconosciuto.

 

In dieci anni di viaggi all’estero non ho mai incontrato qualcuno in possesso della mia stessa abilità, e sì che ne ho intavolate tante di conversazioni a riguardo, per questo mi sento la capostipite di una specie evoluta in rapporto all’ambiente, alle esperienze e all’istinto di sopravvivenza, vista da Darwin sarei come il primate, il primo, dal pollice opponibile.

La mia abilità consiste nel riuscire a lavarsi le parti intime in assenza del bidet, dell’apposita doccetta annessa al water o della fornitura di salviette umidificate.

 

Dopo che vi siete abbigliati di tutto punto e, per intonarvi al luogo, a colazione vi siete mangiati wurstel con crauti in salsa di yogurt acido con marmellata di prugne, è facile che vi si presentino delle spiacevoli situazioni di urgenza intestinale. In questi casi, tamponate l’urgenza, e poi se vi manca il tempo per farvi una doccia, non alzatevi dal water, rimanete pure comodamente seduti, perché avendo letto preventivamente il quick reference che troverete di seguito, sarete perfettamente in grado di fare piazza pulita.


 

bidetsanglais


Innanzi tutto assicuratevi di avere a portata di mano alcuni oggetti dei quali vi sarete premuniti con anticipo:

-         due bicchieri colmi di acqua o una bottiglia,

-         sapone della tipologia che più vi aggrada o di quella che offre la casa,

-         piccolo asciugamano da bidet  (a casa mia detto bideino) ma anche grande.

Fatto? Bene, adesso prendete un vasetto di colla vinilica…ehm, pardon.

L’utilizzo di uno o due bicchieri di acqua, o la capacità della bottiglia a vostra disposizione dipendono da più fattori circostanziali:

-         la prossimità del lavabo dal quale potersi rifornire stando sul posto,

-         l’ampiezza della superficie da trattare e le relative asperità,

-         la quantità e la consistenza del materiale residuo da rimuovere.

Valutazioni, queste, che dovreste essere in grado di fare almeno dopo la seconda applicazione.

Prima di iniziare, consiglio di posizionare le gambe lontano dal collo del water, soprattutto se corredate di indumenti arricciolati all’uopo sulle caviglie, onde evitare che la manovra li metta a rischio innaffiamento.

L’esecuzione è piuttosto semplice, aguzzate l’ingegno e il gioco è fatto.   

Una volta terminato potete rialzarvi con vostra soddisfazione e quella delle vostre parti intime. Non dimenticate di asciugare le eventuali fuoriuscite di liquidi dal water e di tirare lo sciacquone. Aerare l’ambiente prima di soggiornarvi.

 

 

UPDATE

 

diggy, la tua partecipazione e la mia coscienza mi impongono di fare meno la stronza.

 

Devo fare un avvertimento ai malcapitati che per errore leggeranno questo post.

E’ pensato e scritto per me stessa, per ridimensionare il mio io in questo non luogo: posso scrivere di merda e di cessi, sperando che nessuno sprechi del tempo a leggere e soprattutto a commentare, perché tanto qui non c’è la mia firma, la libertà che mi prendo in questo luogo non esiste, perché io non esisto. Sono libera di scrivere quello voglio senza perdere la faccia, a limite un avatar, anche perché non conosco nessuno dei mie lettori, va be’, quasi nessuno. Nella dimensione reale intavolerei un discorso del genere con poche persone. L’ho scritto per ricollocare al giusto livello il grado d’intimità che credo di avere acquisito con il mezzo nei giorni scorsi, giorni di stress.

Come qualcuno di voi sa bene: qui faccio solo esercitare i polpastrelli (anche perché di coinvolgere i neuroni non se ne parla).

Che sia chiaro: non è il rapporto con voialtri che mi disturba, anzi, è una questione tra me e il blog, la parte di me che non esiste.

 

postato da fotoreportress | 23:54 | commenti (7)
viaggi, lavoro


domenica, 04 marzo 2007
 

(Eclissi)

                                          

-   Le eclissi di Trèss   -   [gentilmente rititolato da Brulé]

 

 

E’ stato un caso, avrei dovuto prendere un volo nel primo pomeriggio e invece, tra una chiacchiera e l’altra, eccomi qui, di notte sospesa.

Durante gli ultimi voli che ho fatto in solitudine non riuscivo a leggere molto, dormivo, oppure piangevo; scrivere giusto due righe, niente musica, mi cullo al rombare sordo delle turbine.

Stanotte non sono sola, la luna mi tiene sveglia, mi parla, è vicina. Nasconde la sua faccia dietro un rossore torbido che sembra avvolta da una tempesta di sabbia sahariana, è in piena eclisse, proprio come lo sono io.

Do un’occhiata all’interno, gli altri passeggeri dormono, sono in catalessi, gli assistenti di volo forse dormono anche loro, spero almeno che il pilota sia vigile.

 

In notturna ho sorvolato tanti fusi orari, se solo avessi avuto la prontezza di fotografare lo spettacolo offerto dall’oblò, oggi avrei avuto un rudimentale personalissimo Google Earth by night. Ho visto presepi tra le catene montuose e metropoli come macchie d’olio; sugli arcipelaghi, costellazioni affini a quelle celesti e vie lattee lungo le coste delle località balneari. I deserti sono spettacolari a tutte le ore: microchip di varie forge in quello statunitense, chiocciole fossili in quello messicano della Baja California, tanti piccoli falò in quello africano, Big Beng nel deserto arabico. E poi, fiamme di candele, code di comete e luminescenze spettrali che non ricordo più dove.

 

foto70
Ma questa volta solo nuvole rosse, un soffice tappeto guida sembra avermi interdetta dal praticare il mio hobby preferito: osservare dall’alto, impassibile, odiosa, presuntuosa e inafferrabile agli occhi altrui.

Lei sembra dirmi: guardami e guardati, è solo una questione di sfumature e cromatismi, eclissi periodiche di un ciclo naturale, tra non molto il nostro volto ritroverà la sua luminosità.

Eh già, facile essere ottimisti per lei!

La luna influenza le maree, io sono soggetta a lasciarmi influenzare dai microbatteri all’intero cosmo, eppure faccio di tutto per evitare di guardarmi dentro, preferisco rimanere distaccata da me stessa molto più che dagli altri, nascosta dietro il mio incessante rossore. Ogni tanto mi illudo di aver superato la fase calante, ma la banalità è che la vita passa in fretta ed io ho fatto solo piccolissimi passi in avanti.

Guardo tutto dall’alto, rallento lo scorrere del tempo e fingo che non esista una scala ridotta, per aumentare le distanze e non giungere mai a destinazione.

 

Tra cielo e terra rimango sospesa in un rosso di luna.

 

 

           

postato da fotoreportress | 12:49 | commenti (14)
viaggi, riflessioni


mercoledì, 07 febbraio 2007
 

iPod.

L’altro giorno ho preso il treno, uno di quelli ad alta frequentazione, volevo vedere i binari di scambio delle grandi stazioni di Roma, volevo allontanarmi coi desideri e con l’iPod che hai lasciato sul comodino, per me.

 

Io, seduta tra sconosciuti, sguardo a sfilare il rotabile,

 

ascolto la tua voce

registrazione interiore.

Calda, recita al ritmo

dei nostri amplessi

e delle tue glorie,

scandisce

una ad una le mie passioni.

Camminano lente

a passo sicuro le tue parole

conoscono i miei fremiti, non fanno giri sordi.

Sono su di me e con me

è il tuo genio.

 

Gli sconosciuti fingono di non udire i miei palpiti,

di non sentire il mio calore,

di non sbirciare la mia carne

volume e voluttà.

 

Poi la tua musica, quella che io non ho, tu mi dai tutta la tua musica,

io ti adoro.

 

Stasera passami l’iPod

e taci amore mio.

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postato da fotoreportress | 23:01 | commenti (19)
viaggi, poesia, amore, tech, sesso