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sabato, 25 novembre 2006
Brividi, braccia incrociate, freddo a Maui. Shorts sbagliati, agli occhi dei giganti neri, cosce nude e bianche come due lampeggianti. Siamo ubriache. Occhi bassi, niente commenti, abbiamo sbagliato. Brrr, un altro brivido.
Passi lunghi verso la jeep, non è quella, non l’abbiamo parcheggiata sul marciapiede, me lo ricordo. Invece sì, è la nostra e sta sul marciapiede. Venite a vedere, su questo lato è distrutta! Quattro di notte, che facciamo? Piove i soliti due minuti. Chiamiamo la polizia, l’assicurazione, l’autonoleggio. Tutti avvisati, istruzioni prese a fatica, aspettiamo la polizia.
E’ un Chips, ho visto tutte le puntate. Gran figo, biondone, muscoli, porta gli shorts.
Si mette in moto? Cammina?
Follow me.
Stazione di polizia americana anni settanta, vetro antiproiettile, sbarre. Cultrice di serial-tv, voi no?
E’ successo che eravamo in discoteca, e quando siamo uscite l’abbiamo trovata così.
Che fa? Verbalizza, scrivi: cognome, nome, patente, polizza. Ha delle belle mani e tatuaggi strategici. Può un tatuaggio essere sexy? Secondo me sì, guarda là. E’ più sexy lui del tatuaggio.
Girls, parlate in inglese o chiudete la bocca, please.
Non ridere, mi fai ridere.
Ecco le due cretine nella hall. Eravamo preoccupate, sole tra quel manipolo di ubriaconi, e intanto noi…
Promesso! Mai più separate. Mai più cazzate. Stupide ventenni.
Bagno affollato, struccanti all’azione, chiacchiere, risate soffocate dal pianto. Sonno. Vento impietoso, uragano tra terra e mare. La notte sta per finire.

sabato, 04 novembre 2006
Lo sanno tutti chi è stato, lo so persino io, ti pare che Rula Jebreal non lo sappia? E' solo che per qualche motivo preferisce non dirlo.
Comunque io me li vedo tutti lì a roteare l'indice fischiettando piuttosto che tentare di scagionarsi. Invece lei ha sentito il bisogno di farci sapere che sicuramente è stato un maschilista...che intuizione! Rilasciando l'intervista telefonica al Tg1 durante la quale sembrava doversi giustificare per l'accaduto, ha messo a segno un clamoroso autogol, quasi a confermare che lei è e sarà sempre sotto schiaffo, gnocca e mazziata.
mercoledì, 04 ottobre 2006
Ormai mi sento titolata per firmare una collana di saggistica composta circa così:
- Come abbattere le difese maschiliste dei giovani intellettuali italiani in cinque mosse. Vol. uno.
- Analisi comportamentale dei giovani intellettuali italiani in odore di conquista femminile. Vol. due.
- Giovani intellettuali italiani: l'ego, il narcisismo e le ipocrisie. Vol. tre.
Di ogni schieramento politico, atei e cattolici, in Italia sono una risicata minoranza di stimati e pluripremiati quarantenni con le medesime pecurialità. In genere prediligono la carta stampata ma non disdegnano le partecipazioni televisive e quelle radiofoniche, politicamente attivi in un modo o nell'altro, scelgono di portare il maschilismo come si indossa l'abito cool dell'ultima collezione moda primavera-estate. Alla Bocconi direbbero che per loro è un must mostrarsi dispotici provocatori maschilisti per avere "un'immagine vincente".
Tra tutti, mi limiterò nel citare Vittorio Sgarbi - che non conosco personalmente - come il classico esempio. Sgarbi esagera, esce fuori dai gangheri, non si limita solo a recitare la parte del maschilista ma lo dimostra anche a telecamere spente. Durante il programma tv, che molti classificano come la novità assoluta in tema di reality, La Pupa e il Secchione - inveisce impietosamente contro due donne gridando "fascista" all'una – Alessandra Mussolini - e "brutta troia" all'altra – forse una direttrice di produzione, o un’agente -. Personalmente ho trovato lo spettacolo esilarante, con la punta massima del divertimento sul secondo insulto, infatti il primo era fin troppo scontato, invece il secondo era frutto del genio sregolato che usa la peggiore delle offese per una donna emancipata e di potere, o presunta tale. La riporta indietro alla condizione più sottomessa e denigrante dai tempi dei tempi, delegittimandola di ogni credibilità. Sgarbi non accetta di perdere tempo con le persone che non sanno di cosa parlano, che non sono informate, che non hanno alcun titolo per rivolgersi a lui in modo saccente – e io penso che non abbia torto- , lui è un vero intellettuale, tuttavia, pubblicamente è un'irruente maleducato, anche più di quanto non sia maschilista; senza dubbio vederlo all'azione è stato uno spasso, soprattutto per le reazioni delle malcapitate.
Come lui, anzi, decisamente meno di lui, sono altri giovani intellettuali italiani. Nel privato poi, se li conosci, ci tengono a dirti che recitano la parte e che in realtà sono uomini normalissimi, alcuni ti scrivono: - “…caspita dovrò starci attento allora, io che sono un notorio maschilista, scherzo ma alcuni lo pensano davvero” - ; mentre altri ti dicono: - “dai, non crederai che tutto quello che scrivo lo pensi davvero” - ; tutti ti spiegano che questa parte più che volerla gli viene assegnata e loro, da bravi intellettuali, provocano auspicandosi che le donne reagiscano.
Sai che è vero, perché tu li hai attratti facendogli capire che con te non avrebbero dovuto recitare, facendogli mettere a nudo il loro desiderio di normalità, sia chiaro: normalità intesa solo nel rapporto con le donne, e nel modo di ironizzare su un narcisismo acquisito nel tempo, del quale non sono mai stati troppo convinti perché adesso sono affascinanti e belli, ma per troppo tempo sono stati nerd bruttini e trasparenti.
Ho capito che la loro normalità consiste più che altro nel fatto che anche loro sono fatti di carne, e nonostante il loro smisurato cervello, come tutti gli uomini, non riescono a resistere alle lusinghe delle donne, che siano intelligenti e colte o stolte e impreparate, a tratti, anche a loro capita di non vederle più troie, bensì madonne.
martedì, 26 settembre 2006
Sono passati dodici anni, eppure mi vengono ancora i brividi al pensiero di quella notte.
La giornata iniziò con la sonnolenza propria di chi viaggia in auto per miglia e miglia da diversi giorni. Le highway, dritte come fusi, non aiutarono a sopportare la noia di un paesaggio desertico, immutabile per ore. Per fortuna il cartello di benvenuto al Monument Valley National Park, preannunciò che di lì a poco saremmo entrate in una dimensione naturale unica e irripetibile, come ci era già accaduto negli altri parchi.
La visita in Land Rover con la guida navajo non ci andava a genio, ma i ranger non ci diedero alternative, dovemmo abbandonare le nostre auto per fare le turiste come un gregge di pecore.
'Procione che ride' fu il soprannome che affibbiammo alla nostra guida, il quale sembrò atteggiarsi della sua laurea in scienze naturali, ma soprattutto del fatto che lui era uno dei pochi indiani navajo non alcolizzato e nullafacente della sua comunità. In ogni modo, Procione che ride pretese la massima attenzione quando, davanti a tre graffiti di due secoli fa raffiguranti mucche e gazzelle, che sembravano fatti il giorno prima dal mio nipotino di due anni, si mise a cantilenare una canzone propiziatoria navajo che suonava esattamente come pensavamo suonassero le canzoni propiziatorie navajo: eja-eja-eja, pausa, eja-eja-eja.
Per quanto tentassimo di rimanere immobili, per non rischiare di scambiarci sguardi ai quali sarebbe seguita ilarità senza freno che avrebbe trasformato Procione che ride in Toro furioso, dalla fascia più esterna del gregge, fece eco contro la parete di pietra rossa un suono nasale sommesso ma contagioso di risate strozzate, che finirono per scandire il ritmo della cantilena.
Eravamo otto ragazze che pensavano bastasse affittare due macchine e munirsi di mappe per girare in lungo e largo negli Stati Uniti, non avevamo alcuna esperienza della forza della natura che stavamo per incontrare.
Procione che ride ebbe la possibilità di rifarsi quando, indicandoci il cumulo di nuvole nere in lontananza, capì dalle nostre reazioni che a noi quello spettacolo sembrava distantissimo e che lo guardavamo con lo stesso interesse di un documentario televisivo. Riprese a ridere anche lui, consapevole che avremmo dovuto prendere la via dell'uscita dal parco al più presto, cosa che noi facemmo con la calma dell'incoscienza.
Nel giro di pochi minuti ci ritrovammo catapultate sullo schermo nero del primo Space Invaders, gli alieni eravamo noi. Una sconosciuta divinità indiana sembrava voler bonificare la zona dagli esseri umani: si mise di buona lena scagliando fulmini e saette, aumentando il livello di difficoltà del gioco con raffiche di vento e sabbia e grandine. Le parole dei ranger non ci confortarono: quelle scatolette di latta che erano le nostre automobili, non ci sembrava potessero assorbire le scariche di energia che si manifestarono ai nostri occhi in tutta la loro lunghezza, luminosità e potenza.
Vedemmo le cattedrali di pietra da un'angolazione inaspettata: magnifiche e al contempo spettrali. Avemmo paura.
Finì tutto a burger e french fries: per riprenderci dallo spavento ci facemmo un'abbuffata di junk food nel primo Burger King che incontrammo; non perdemmo l'occasione di agganciare due ragazzi svizzeri, ovviamente carini, che si unirono a noi e alle nostre fantasie fisico-metereologiche-catasfrofiche che seguirono all'evento.
P.s. Questa esperienza, sebbene indelebile, mi è stata riportata alla memoria grazie al reality show Wild West. In questo reality, i cowboy che istruiscono i partecipanti penseranno che gli italiani sono tutti scemi a prendere come mito un lavoro che è la loro seria e durissima fonte di guadagno. D'altra parte se gli americani dovessero ambientare un reality in Italia alla Spaghetti e mandolino, anche noi penseremmo la stessa cosa di loro.
domenica, 24 settembre 2006
C'è qualcosa di più triste di una domenica passata da sola in casa con un febbrone assurdo che ti annebbia la vista, tanto da non poter approfittare della condizione casalinga per finire il libro che ti sogni anche di notte?
Sì, c'è: è molto più triste accendere la tv e trovare Domenica in, Buona domenica, Quelli che il calcio e tutti i reality a catena.
E' triste, tristissimo.
L'unica cosa decente l'ha passata La7: Anni luce, documentario su Giovanni Agnelli e la FIAT.
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