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sabato, 01 dicembre 2007
 

Appartenersi.

 Christophe HuetE' stato uno dei miei rari sogni nei quali vedo l'ossessione amorosa.
Ebbene, eri lì con me, più affascinante e bello, se è possibile. Ti guardavo muoverti nel tuo quadro senza riuscire a dirti quanto mi piacesse il tutto. Ridevo, felice di averti e piangevo temendo di perderti. Poi ti ho esortato a farti un bagno in una vasca singolare in cima ad una collina ricoperta di autunno. Vai, ti dicevo, verrò più tardi ad aiutarti. Ti laverò le ferite, ti darò nuova pelle e sangue buono. Riposerai nel mio liquido, al sicuro nel mio utero e ti nutrirai dal mio seno e del piacere fisico che solo io so darti. Ti avrei donato nuova vita pur di appartenerti. 

Tu ce l'hai un utero? Perché guarda che io sono per la parità. Puoi avvolgermi in una coperta di lana per tenermi al caldo, puoi nutrirmi con la tua intelligenza, e puoi sollevarmi con la tua saggezza se vuoi che ti appartenga. Ti basta poco per darmi piacere: la comprensione. Con la comprensione muoverai il mio corpo, ogni singola molecola sarà protratta verso il desiderio di rigenerarti all'infinito.

[Nell'immagine: Christophe Huet]
postato da fotoreportress | 13:35 | commenti (9)
amore, riflessioni, onirico


domenica, 21 ottobre 2007
 

Giulia.

Luke - Chris KlapperIl giorno seguente è arrivato il gelo. Raffiche di vento violente sulla nuca, dolorose, che parevano schiaffi di un padre deluso, hanno spazzato via l’humus fermentato in un ambiente torbido. Apparentemente giusto, adatto al momento, cercato e voluto, però umido e soffocante, inquinato e pungente sotto le sensibili narici. Un odore che non si dimentica come la naftalina per il tarlo nelle tue mutande.

L’incenso lo odio. S’imprime sulla corteccia, tu soffri e lui ti provoca conati di vomito. Neanche la bara e le lacrime convulse di mia madre mi hanno dato sollievo. Giulia, fosse stata femmina avrebbe preso il suo nome. Amavo la sua contagiosa risata di naso, il tic dell’occhio che annunciava battute sagaci, la passione per le paste alla panna. E la casa nel palazzo vecchio con quattro piani di gradoni di marmo, il pavimento di cotto bicolore perfetto per giocare a campana, il ripostiglio buio dietro la tendina a fiorellini dove si rifugiava la gatta furastica, la sua preferita, e persino il casotto in legno del vecchio bagno sul terrazzino che mi faceva tanto stupore. L’inglese imparato dagli alleati che non aveva mai dimenticato e il suo partecipare alle discussioni dei compagni di università dei figli. Smalto e rossetto rosso anche in casa, movenze ipnotiche per me bambina che seguivo i suoi anelli di fumo fantasticando di riuscire un giorno a cucirli con i suoi fili da sarta per portarli via con me. Le avrei dato il nome di una donna che amava la vita.

“In gioventù le forze della natura sono enormi, ci si deve riprodurre al più presto possibile. Tu che aspetti piuttosto?”

 

Non avrei avuto scelta. Una libertà negata dalla natura stessa. Destino? Questo destino ha voluto che non ci fosse quello che sentivo. Il corpo inganna e forse avrei preferito sentirmi prigioniera. Sì, per un attimo ho creduto che sarei stata felice così. Avrei scritto qualcosa di sensato, finalmente.

[Nell'immagine: Luke - Chris Klapper]

postato da fotoreportress | 17:53 | commenti (6)
riflessioni, vita


sabato, 01 settembre 2007
 

L’utero è vuoto e il mestruo non è poi così doloroso.

In principio era il segnoTra le altre cose, ho giocato agli indiani col nipotino. Gli ho insegnato a tirare con l’arco, attaccare il fortino, fare la danza della pioggia e a fumare il calumet della pace. Abbracciati, siamo saliti sulle creste delle onde più alte e fatto gare di nuoto, vinceva sempre lui. Abbiamo vivisezionato un pesce morto, fatto castelli di sabbia e ci siamo rincorsi in bici. Non gli ho voluto fare la doccia, né ho cambiato il pannolino al fratello lattante.

 

Una mattina ho trovato un verme bello grassoccio nel mio letto. Si dimenava sul materasso come in preda ad un coito al quale non collaboravo, del resto non lo avevo invitato io. Come abbia potuto fare la strada dal cesto di pere sulla credenza al mio letto è un mistero. Eppure era lì ed io vedendolo ho esclamato: “oh cazzo!”. Ho pensato che non sono certo una gallinella da sfamare con un verme, sebbene fosse in carne. Forse sono una pera dolcissima, anche un po’ matura ormai, o forse solo incidentalmente caduta dal pero. Sarà stato un presagio, oppure un ammonimento?


Dicono che quest’anno ho preso una bella abbronzatura. Non è vero. A spendersi in complimenti sono le stesse persone che da sempre mi deridono perché sono refrattaria al sole, nonostante il sudore versato. Avranno cambiato musica.

 

Tra le altre cose, ho pensato a te. “Quando sono in vacanza stacco completamente” avevo annunciato. Così non è stato. Dopotutto avevo un mistero a cui pensare che ancora oggi non sono riuscita a risolvere. Né più e né meno delle volte precedenti. E siamo a tre, quando sei scomparso senza una parola, senza possibilità di appello. Mi lasci ogni volta con un sottile senso di colpa. Ritorno sulle fotografie seguendo le pieghe del viso, sperando invano di trovare risposta nella tua immagine, riduttiva, spersonalizzata. Però con quel sorriso supersexy.

 

Non era ancora la notte di San Lorenzo quando è iniziata la mia estate sotto una volta di stelle lucenti. Un rametto di rosmarino, salvia e menta per rimettere ossigeno nei polmoni. Non respiravo più da troppo tempo. Odori e luce, e aria limpida e fresca di montagna. La via lattea era bianca e soffice come un comodo giaciglio sul quale perdere contatto con le proprie angosce. Improvvisa, una stella cadente. Inaspettata, come la seconda a seguire. Non sono stata in grado di dare una priorità ai miei desideri. Nessuno di loro vale due stelle cadenti.

 

[Nell'immagine: In principio era il segno - Andrea Zauli]

 

postato da fotoreportress | 13:34 | commenti (17)
riflessioni, vacanze


domenica, 05 agosto 2007
 

Essere, non essere e divenire.

Tre_Grazie_cm__150_x_180Sto per partire, ma prima devo scrivere del sogno che ho fatto la notte scorsa.

Mi rendo conto adesso di non sapere fino a che punto la mia analista è freudiana, comunque ha poca importanza, mi ha mollata a metà luglio e non potrei raccontarle un sogno che oltretutto posso interpretare da sola.

Ero in un villaggio turistico di lusso; purtroppo di posti del genere ne ho visti tanti, però molto meno di lusso di quello del sogno.

Signore “bene” con figlie “bene”, attente alla linea, al bikini e al kaftano alla moda, agitavano annoiate braccia e gambe al ritmo del solito jingle da spiaggia.

Con me c’era una suora con tanto di velo, e un’altra figura dimessa, sfuocata ma presente.

La suora era esuberante e anche dispettosa: alla vista di una fila interminabile di macchinine di tutti i tipi, simile a quelle che fa mio nipote, che scendevano lente da una collinetta in direzione del miniclub dove andavano a riporsi da sole, la suora non si è trattenuta e con grande divertimento ne ha deviate alcune facendole insabbiare. La donna sfuocata guardava e forse articolava qualche parola afona.

Io ho spiccato il volo sospinta da uno di quei venti isolani che cambiano direzione in modo repentino.

Volavo, ed è stato come se qualcuno improvvisamente avesse spinto il tasto play sparando Footloose a tutto volume. Volavo, cantavo a squarciagola e ballavo nell’aria.

La suora mi urlava di smettere mentre cercava di afferrarmi.

Il vento mi faceva ricadere su enormi cespugli di rovi dai quali ne uscivo sfregiata, per poi librarmi di nuovo, questa volta al ritmo di What a Feeling.

La donna sfuocata finalmente faceva sentire la sua flebile voce: “lasciala stare, è giusto così”.

Io ero esagitata, totalmente presa dal volo, dal vento, dal ritmo. Le ferite che riportavo ad ogni caduta erano trofei.

Come sempre succede quando si sogna, improvvisamente mi sono svegliata con una grande arrabbiatura per la fine del volo, un odio profondo per la suora e un senso di ridicolo misto divertimento per la scelta della colonna sonora.

Da una prima analisi:

  • dopo un’infanzia passata ad invidiare le bambine perfettine figlie di cotante mamme, finalmente ho preso coscienza del fatto che anche i “ricchi” si annoiano, evidentemente fino ad ora non ne ero così convinta.
  • anni vissuti a scuola dalle suore tra l’asilo e le elementari, possono segnare a vita, soprattutto i bambini più sensibili.
  • durante l’adolescenza fa male imbottirsi di pappole americane, tutte con lo stesso canovaccio libertà-giustizia-amore come Footloose e Flashdance,  il perché è evidente.
  • a quanto pare convive in me la triade dialettica hegeliana, però a me questa storia dell’essere, non essere e divenire per il  ritorno all’autocoscienza per tramite della logica non mi ha mai convinta.

 

Per un’analisi più approfondita rimando a settembre.

 

[Nell'immagine: Tre Grazie - Salvatore Fiume]

 

postato da fotoreportress | 17:01 | commenti (4)
riflessioni, religione, onirico


venerdì, 20 luglio 2007
 

Sdraiami, ovvero: non esistono i sapiosexual.

 

Sapiosexual

One who finds intelligence the most sexually attractive feature.

"I want an incisive, inquisitive, insightful, irreverent mind. I want someone for whom philosophical discussion is foreplay. I want someone who sometimes makes me go ouch due to their wit and evil sense of humor. I want someone that I can reach out and touch randomly. I want someone I can cuddle with.
I decided all that means that I am sapiosexual."

malebrainwomen 2Decisamente io non lo sono. Ho provato ad esserlo, anche cimentandomi con livelli di intelligence superiori al mio. Risultato? Rovinoso: mi è sufficiente prendere per esempio le esperienze con i giornalisti che ho incontrato.

 

La prima esperienza mi ha fatto diventare per due volte una rubrica pubblicata su due differenti mensili femminili. Dopo un solo innocente incontro: etichettata, pubblicata, mandata al macero.

 

La seconda è stata un’Intervista col Vampiro. Al primo e unico incontro, nel giro di poco più di un’ora è stato capace di dirmi:

“Sei la mia schiava? – Se hai bisogno di coccole te le faccio io - Posso farti una domanda intima? Hai mai abortito? - Sposami – Facciamo dei figli – Annulla i tuoi programmi per questa estate, la passerai con me – Sei simpatica – Sei una macchietta – Miss culetto d’oro – Sei bella tutta, ma in alcuni punti di più (si riferiva all’incavo ascellare) – Fatti ammanettare – Vuoi amarmi? – Io voglio amarti”

E’ dotato di mascella poderosa, come si confà a tutti i vampiri, mi ha piazzato tre morsi ed è stato cacciato a calci. Ma in fondo è un bravo ragazzo, di buona famiglia, forse anche un bravo giornalista, non ho indagato oltre.

 

La terza…per raccontare la terza bisogna andare per gradi.

 

Lui ha fatto una premessa: “Non sono uno che fa molti complimenti alle donne. In generale non esterno le emozioni”. (Queste parole NON sono fedelmente riportate, si è reso necessario metterci del mio a causa dell’estremo ermetismo delle originali…pensa te!)

E’ cinico, tagliente, sicuro di sé, ma anche intelligente, ironico e autoironico, e meno male perché qui lo massacrerò.

Io, tutto sommato, sono sempre stata incapace di accettare i complimenti nonché le attenzioni e i regali, dunque, più o meno, mi andava bene così.

La prima volta che siamo stati insieme, mentre ero di ritorno a casa mi è arrivato un sms. E qui la premessa la devo fare io: odio gli sms, li tollero solo per concise comunicazioni di servizio. E infatti sono stata subito accontentata, sull’sms c’era scritto, stavolta testuale: “Come procede il ritorno? P.S. sono stato molto bene con te stasera”.

Il primo impulso è stato quello di rispondere con un: “N.B. anch’io”, poi ho deciso di serbarlo per le occasioni migliori, nel frattempo rischiando di farmela addosso sulla soglia di casa dal gran ridere.  Il giorno dopo ci siamo ritrovati a metà mattinata sul messenger. Mi sono sentita di ringraziare per lo sforzo che sapevo aveva fatto scrivendo quella frase ispirata, lui modestamente ha glissato i ringraziamenti, puntualizzando che era stata una rarità da parte sua. Tuttavia, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di assestare un colpo recriminando, con dolcezza, quel “P.S.”, lui ha risposto testuale: “Troppo burocratico?”.

Poi si sa, chattando chattando, dal perfetto italiano prima o poi ci si sbraga di lessico e dialetto, e così è uscito fuori anche un “M’hai sdraiato”. Lui è uno che con le parole ci lavora, tant’è vero che gli è arrivata in anteprima la presentazione del libro “Sdraiami” di Berarda Del Vecchio, edito da Castelvecchi, e prontamente ha fatto un copia/incolla sul messenger, perché, come dicevo, lui è anche ironico.

La seconda volta, l’alba che annunciava il nuovo giorno e demarcava una notte insonne con relativa stanchezza, ci ha fatto cadere nella trappola: a me è piaciuto e a te è piaciuto? Con il piccolo particolare che io non mi sarei mai sognata di farla quella domanda, mentre lui ha seguito il tristo copione da telenovela sudamericana, e riadattandolo al peggio ha detto: “Mi è piaciuto, ma mica così…roba grossa!” In quell’istante il mio volto è trasfigurato in quello di un personaggio di una famosa tela del Caravaggio: L’incredulità di San Tommaso. Non mi sembrava possibile aver udito quella frase. Successivamente, ahimè, mi sono dovuta riconoscere nella descrizione del libro della Berarda che sul momento avevo tanto denigrato perché a mio parere si trattava di “un’accozzaglia di luoghi comuni”:

Il libro si propone come un grido di dolore per il "maschio" che non c'è più. Ragazze e donne che si sentono femministe, indipendenti e adulte, ma vorrebbero anche che, ogni tanto, il primo passo lo facesse lui, mentre al contrario sembra che gli uomini mostrino un atteggiamento cameratesco. Soprattutto, sembra che gli uomini abbiano smarrito completamente la grammatica dell'amore, che non sappiano più corteggiare una donna. Tra le varie terapie a disposizione delle donne per guarire da scottature e situazioni del genere, l'autrice ne propone una che chiarisce nettamente la natura del gioco.
Io amo gli uomini. Li amo tutti, indistintamente. Ma quelli che adoro sono gli uomini che sanno quando metterti le mani addosso. Senza che tu glielo suggerisca, voglio dire. Quelli che sanno riconoscere quando è il momento di chiederti il numero di telefono senza che tu stia lì a mettere in bella mostra il tuo cellulare, quelli che ti invitano a cena senza la pretesa di essere scarrozzati casa-ristorante-ristorante-casa, quelli che ad un certo punto della serata sanno cosa fare. E invece? Eccola, l’amara realtà: ragazzi fidanzati ma ancora in cerca del vero amore che ti ammorbano i dopocena con lunghissime e pesantissime confessioni, galantuomini d’altri tempi privi di qualsiasi tipo di iniziativa, musicisti quarantenni in tilt al primo bacio, intellettuali dal fascino Old England dimentichi del fatto che il British Style prevede anche un irresistibile sense of humor. No, non ci siamo. Se qualcuno è ancora in grado di stupire la propria donna si faccia avanti, per favore. E’ urgente. Davvero.
Giungo a conclusione che non sono una sapiosexual, perché i sapiosexual sono solo una leggenda urbana. Tuttavia, allontanandomi dall'agglomerato urbano spaziando nelle campagne, posso sempre provare a considerare gli ortofrutticoli, nella speranza che sappiano coltivare l’eros come la pianta più fruttuosa.

 

postato da fotoreportress | 23:55 | commenti (16)
riflessioni, libri, sesso, incontri