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domenica, 05 agosto 2007
 

Essere, non essere e divenire.

Tre_Grazie_cm__150_x_180Sto per partire, ma prima devo scrivere del sogno che ho fatto la notte scorsa.

Mi rendo conto adesso di non sapere fino a che punto la mia analista è freudiana, comunque ha poca importanza, mi ha mollata a metà luglio e non potrei raccontarle un sogno che oltretutto posso interpretare da sola.

Ero in un villaggio turistico di lusso; purtroppo di posti del genere ne ho visti tanti, però molto meno di lusso di quello del sogno.

Signore “bene” con figlie “bene”, attente alla linea, al bikini e al kaftano alla moda, agitavano annoiate braccia e gambe al ritmo del solito jingle da spiaggia.

Con me c’era una suora con tanto di velo, e un’altra figura dimessa, sfuocata ma presente.

La suora era esuberante e anche dispettosa: alla vista di una fila interminabile di macchinine di tutti i tipi, simile a quelle che fa mio nipote, che scendevano lente da una collinetta in direzione del miniclub dove andavano a riporsi da sole, la suora non si è trattenuta e con grande divertimento ne ha deviate alcune facendole insabbiare. La donna sfuocata guardava e forse articolava qualche parola afona.

Io ho spiccato il volo sospinta da uno di quei venti isolani che cambiano direzione in modo repentino.

Volavo, ed è stato come se qualcuno improvvisamente avesse spinto il tasto play sparando Footloose a tutto volume. Volavo, cantavo a squarciagola e ballavo nell’aria.

La suora mi urlava di smettere mentre cercava di afferrarmi.

Il vento mi faceva ricadere su enormi cespugli di rovi dai quali ne uscivo sfregiata, per poi librarmi di nuovo, questa volta al ritmo di What a Feeling.

La donna sfuocata finalmente faceva sentire la sua flebile voce: “lasciala stare, è giusto così”.

Io ero esagitata, totalmente presa dal volo, dal vento, dal ritmo. Le ferite che riportavo ad ogni caduta erano trofei.

Come sempre succede quando si sogna, improvvisamente mi sono svegliata con una grande arrabbiatura per la fine del volo, un odio profondo per la suora e un senso di ridicolo misto divertimento per la scelta della colonna sonora.

Da una prima analisi:

  • dopo un’infanzia passata ad invidiare le bambine perfettine figlie di cotante mamme, finalmente ho preso coscienza del fatto che anche i “ricchi” si annoiano, evidentemente fino ad ora non ne ero così convinta.
  • anni vissuti a scuola dalle suore tra l’asilo e le elementari, possono segnare a vita, soprattutto i bambini più sensibili.
  • durante l’adolescenza fa male imbottirsi di pappole americane, tutte con lo stesso canovaccio libertà-giustizia-amore come Footloose e Flashdance,  il perché è evidente.
  • a quanto pare convive in me la triade dialettica hegeliana, però a me questa storia dell’essere, non essere e divenire per il  ritorno all’autocoscienza per tramite della logica non mi ha mai convinta.

 

Per un’analisi più approfondita rimando a settembre.

 

[Nell'immagine: Tre Grazie - Salvatore Fiume]

 

postato da fotoreportress | 17:01 | commenti (4)
riflessioni, religione, onirico


mercoledì, 28 marzo 2007
 

L’incontro quasi perfetto.

Oggi in ufficio è stata una di quelle giornate che se ne viene a capo solo cinque minuti prima di andare via, un dimenarsi tra equilibri sottili che mi si sono appuntati come spilloni sullo stomaco, un vero scassamento.

Ma poi sono uscita dall’ufficio e dal palazzo, ho attraversato la strada e girato l’angolo.

Sul marciapiede risicato, quello che faccio tutti i giorni andata e ritorno, chi ti ho visto venirmi incontro? Lui.

Che non è un lui qualsiasi, è lo scrittore con il quale, per il motivo x, ho scambiato una serie di mail dapprima formali e poi confidenziali, cioè, io ad un certo punto ho ammiccato, cosa che mi riesce molto bene, e lui pure.

Era finita lì, pensavo, invece oggi l’ho incontrato e subito riconosciuto, lui non mi aveva mai visto. L’ho fermato.

 

Quando ero adolescente fantasticavo spesso di incontrare per caso l’idolo del momento, lo facevo scientemente, ipotizzando strategie nel momento in cui l’idolo non sarebbe stato solo in strada da poterlo avvicinare senza problemi, oppure che il marciapiede fosse troppo grande per inciampargli addosso senza che facesse uno scarto per evitarmi. Lui di certo non è un mio idolo, anche se di libri suoi ne ho letti e regalati, però questa cosa di immaginare casuali ed improbabili incontri perfetti con le persone che mi interessano mi è rimasta. La meraviglia è che l’incontro perfetto esiste, o quasi.


chagall Mi presento con nome, cognome e un sorriso stampato, lui non immagina neanche lontanamente chi io sia, ma è normale, passo oltre. Accenno a voler sapere cosa ci fa a Roma e lui mi parla di interviste, una finta giornataccia la sua. Penso che forse ha finito il libro del quale mi aveva parlato ed è qui per promuoverlo, quando glielo domando mi accorgo che rimane stupito per un secondo scarso, infatti, fa finta di niente perché non è interessante risalire a come faccio a saperlo e di conseguenza chi caspita sono, preferisce sorridermi e fissarmi con occhi sgranati. Il titolo non esce fuori, pazienza, in compenso mi ritrovo a parlare di diritti d’autore, che so un cazzo io di diritti d’autore, però mi ci riempio la bocca lo stesso e faccio una discreta figura.

“Mi ha invitato Fassino…”, eh eh, la so, sono preparata e lo interrompo: “Però il tuo nome su Repubblica non c’era, ho letto l’articolo”, “Infatti non ci sono andato, non ne avevo voglia”, va be’, ho fatto la saputella a sproposito, ma tanto è ininfluente perché continua a guardarmi negli occhi e a sorridere.

Mentre mi dice che il suo albergo è lì vicino arrossisce un po’, faccio la vaga, è chiaro che è una gaffe e non un invito. Sorrido ancora, tuttavia nei primissimi attimi di imbarazzo mi dico: “Meno male che durante la pausa pranzo ho strappato quella brutta ciglia ritorta. Si vedrà che ho un po’ la pancia gonfia? Oddio, avrò messo il rossetto prima di uscire? Porcavacca, vuoi vedere che ho il naso lucido?”.

Per sdrammatizzare gli chiedo se è mai entrato nella chiesa di fronte a vedere un’opera d’arte fuori dai circuiti turistici, lui risponde: “No, andiamo”.

Mentre ci avviamo biascica qualcosa su quanto conosce poco Roma per via degli impegni e della fidanzata, notizia che aveva già strillato all’epoca delle mail. Uno che dopo pochi minuti tira fuori casualmente la parola “fidanzata” si traduce più o meno così: sei carina, in chiesa con te ci vengo, però sia chiaro che non ti sposo.

Adesso ci guardiamo con la coda dell’occhio, quasi per non perderci di vista, in verità per scrutarci maldestramente di nascosto.

Parlottiamo a bassa voce, il che implica di diminuire le distanze. Parliamo come se ci conoscessimo da tanto. Lui ha notato il cartello all’entrata con gli orari della santa messa e si stupisce che dovrebbe esserci e invece non c’è, a me non interessa minimamente. Ammirata l’opera faccio per uscire, mentre sto impugnando l’ottone della porta mi volto un poco e vedo lui che fa l’inchino con il segno della croce. Mentre scendo la gradinata mi volto un poco e vedo lui che fa l’elemosina ad una zingara. Faccio la vaga.

Una volta fuori: “Vai in giro per il centro da solo?”, adesso è lui che fa il vago: “Ehm, sì, più tardi devo incontrare una persona”. Non rimane che dirci ciao, penso, ma lui ritrova il piglio pubblico che lo contraddistingue, assume l’atteggiamento dello studioso, del professore che sta liquidando l’allieva dandosi delle arie e aggrottando il sopracciglio, insomma, atteggiandosi dice: “Scrivimi, la mia mail ce l’hai”. Ipocrita, fidanzato e ipocrita, come tutti d’altronde. Davvero non è importante che ricordi le mail, ha risposto qui come rispondeva lì.

“Va bene, se ricapiti a Roma…scrivi tu altrimenti come potrei saperlo.” Stretta di mano e finisce qui.

Prendo la metropolitana, affollata come al solito, non riesco a levarmi dalla faccia un sorrisetto tra l’ebete e il sarcastico, mi sentivo talmente spigliata che se solo non mi avesse anticipata avrei anche potuto dirgli: “Vengo con te se ne hai voglia, tanto a casa c’è solo un post che mi aspetta”.

 

 

[Nell'immagine: Marc Chagall]

 

 

postato da fotoreportress | 00:03 | commenti (9)
riflessioni, religione, incontri


giovedì, 18 gennaio 2007
 

Teresa aveva un Cruccio.

Tentative+de+lTeresa aveva un Cruccio, un giorno lo portò a visitare una pinacoteca.
I due vagarono per ore in cerca di un dipinto dal quale prendere l’ispirazione, lo trovarono nell’ultima sala della mostra.
 
A dire il vero fu il Dipinto che trovò Teresa e il suo Cruccio, appena la vide entrare si mise a fissarla, la rapì con uno sguardo di traverso, la catturò ammiccando con una pagliuzza bianca appena accennata nell’iride nero, era un giovane mezzo busto dagli occhi furbi ma onesti, aveva una pennellata da impressionista.
Teresa se ne innamorò all’istante.
 
Teresa e il suo Cruccio si accomodarono sulla panca prospiciente al Dipinto dove adagiarono un pennello, una bottiglina d’acqua e una di solvente.
Il Cruccio se ne stava zitto zitto, immobile, si sentiva sbiadire. Quando Teresa intinse il pennello nell’acqua, tutti pensarono che avesse intenzione di cancellarlo, ma lei non lo sfiorò affatto.
Cominciò con delle pennellate circolari all’interno del suo polso sinistro, lì i colori erano sensibilmente tenui, le sue gote presero di un rosso vermiglio sotto le lentiggini nocciola, ma a quelle ci sarebbe arrivata con calma. Stille di sudore le imperlavano il corpo aiutandola a mescolare il marrone dei nei con l’incarnato.
Quando arrivò al pube, qualcuno la immortalò in una foto*, e già il suo volto sfigurava.
Si era riDipinta accanto al suo amato.
 
Lui si mostrò subito felice ma non riuscì a perdere la posa, allora Teresa uscì dal dipinto con il pennello fino all’avambraccio, indicò al Cruccio di tornarsene da dove era arrivato e bacchettò il custode sulle nocche che era in procinto di portarle via la bottiglina col solvente dalle quale attinse la soluzione per far sciogliere il suo amore. Gli sciolse prima il nodo della cravatta e poi quello che aveva nella gola.
 
Una volta terminata l’opera gettò il pennello oltre la cornice.
 
 
 
 
* In seguito la foto fu pubblicata su un blog dal suo autore con il titolo “L’estasi di Santa Teresa”. Non passò mezz’ora dalla messa in rete che si ritrovò a commentare così:
 
#1
sei un blasfemo, dovresti avere più rispetto per i santi e anche per i grandi artisti.
utente anonimo
#2
anonimo, scusa, non volevo offendere nessuno
ti spiego, io sono un agnostico e non sono un esperto d’arte
quando ho rivisto la foto che avevo scattato mi è venuto in mente il Bernini e la sua Santa Teresa,
ti confesso che nella mia ignoranza mi è capitato di vedere l‘estasi ritratta solo sui volti dei santi, ma forse è una mia mancanza
sempre senza offesa
fotografo
#3
beh, certo, messa così, mi sa che c'hai ragione
utente anonimo


[Nell'immagine: Tentative de l'impossible - René Magritte]

Tentative de l

postato da fotoreportress | 14:40 | commenti (24)
amore, arte, religione


sabato, 02 dicembre 2006
 

Nuvole e polvere.

S’infilò una t-shirt, le infradito e uscì sbattendo la porta della stanza d’albergo. Camminava nervosamente tra la folla del mercato senza nascondere una smorfia di disgusto, non sopportava l’odore acre di sterco, cera e spezie, tuttavia sapeva che il fiuto l’avrebbe aiutata in quella disperata ricerca. Ormai era al limite, non controllava più lo spasmo dell’occhio destro, lo stomaco le si torceva che sembrava voler prendere il sopravvento e risolversela da sé. Quante notti erano che non chiudeva occhio non lo ricordava più. Fermò una donna minuta dalla faccia di cuoio e una lunga treccia di capelli neri e lucenti come seta, era vestita di lana rossa, arancio, blu, viola, giallo, pensò che la sensazione che le davano quei colori avesse una certa attinenza con quello che cercava, ma la donna si ritrasse prima che riuscisse ad aprire bocca, forse spaventata dal suo sguardo inquieto. San Cristobal de las Casas non poteva essere l’unica città a non avere uno smercio, sentiva che prima o poi l’avrebbe trovato. Intanto annusava l’aria. Lo zòcalo era il posto giusto per saperne di più, non badò agli sguardi diffidenti e si diresse verso un gruppetto di uomini, fece la domanda sussurrando all’orecchio di uno di loro. Bisognava raggiungere un paesello di quattro case a venti minuti di auto e bussare al portone di una chiesa.
136764139_1944fa7d83_mQuando si aprì il portone le sembrò di entrare all’inferno: il pavimento era cosparso di fieno appena trebbiato, c’erano moccoli accesi dappertutto, sul pulpito una donna gridava parole incomprensibili agitando le braccia mentre un uomo vestito da prete le cingeva la testa con le mani, altre due donne si rotolavano nel fieno. Sui lati della navata, non una statua di marmo o un affresco, ma enormi teche di vetro a protezione di santi di cera in totale stile kitsch, avevano volti più inquietanti di quelli delle antiche bambole di porcellana. Stava assistendo ad un rito che ricordava la santeria, ma non sapeva definirlo esattamente, c’era una gran confusione di gente che pronunciava una strana litania. Realizzò che era tutto sbagliato, cosa ci faceva in quella chiesa sconsacrata? L’uomo che le aveva indicato quel posto non aveva compreso, e lei in preda ad una crisi di astinenza aveva seguito le istruzioni senza riflettere. Il caldo insopportabile, il puzzo di sudore, fumo, incenso e fieno le provocarono conati di vomito che tratteneva a stento. Fece tre passi, poi svenne. Quando riaprì gli occhi vide cielo grigio e una pioggia finissima scenderle addosso, era supina su uno spiazzo erboso tra la fitta vegetazione della foresta amazzonica, non c’erano né uomini né dei, si accorse che qualcosa le premeva l’addome. Già immaginava la sua faccia affissa su tutti i pali messicani tra quelle delle altre turiste desaparecidos. A fatica si mise seduta, notò alcuni ruderi grigi tra gli alberi - piramidi, sì, erano piramidi maya - avvolte da nubi bianche sulla sommità. Aprì il cartoccio e vi trovò due sacchetti. Tralasciò quello con la polvere per dedicarsi all’apertura nevrotica dell’altro, prese un tocco, lo annusò avidamente, poi socchiuse gli occhi e lasciò che le si sciogliesse in bocca. Solo allora ricordò che quando il malore l’aveva colpita non smise di ripetere: “Cacao, quiero solamente un poco de cacao”. Ci vollero due ore prima di raggiungere l’albergo, un solo attimo per prendere sonno.
postato da fotoreportress | 18:27 | commenti (3)
varie, viaggi, vacanze, religione, cibo


lunedì, 16 ottobre 2006
 

Ci incontreremo nel punto X.

Da bambina ero molto fantasiosa e quando vedevo sulle mappe il pallino rosso "voi siete qui", puntualmente immaginavo l'enorme pallino disegnato sotto i miei piedi.  

Quando guardavo i film di guerra, dubitavo fortemente sulla scelta del rendevouz in un luogo segnato con una "X" grande quanto la reggia di Versailles, mi sembrava pericolosamente vistoso.

 

Successivamente ho avuto il privilegio di rivivere l'epoca rinascimentale nei panni di uno sbandieratore, quando un tizio, per aver accettato il suo invito ad uscire via email, mi ha comunicato testualmente: - Bene, allora ti metto la bandierina -.

Adesso che sono una neo blogger (così è, se vi pare), completamente avulsa dalla comunicazione istantanea in rete, quando mi capita di essere "cliccata sul mio profilo" mi sembra di vedere prima una grande mano che mi afferra,   

e poi una grande freccia che mi trafigge tra capo e collo.

Ammetto di essere rea d'istigazione al cliccaggio: ho messo un bel profilo lassù in alto, peccato però che non sia il mio. Mi perdoneranno i cliccatori, spero.

postato da fotoreportress | 22:21 | commenti
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