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venerdì, 15 dicembre 2006
 

Le mani.

Ieri sera guardavo le tue mani mentre ti strizzavi il mento, mentre maneggiavi impeccabilmente forchetta e coltello, salutavi gli amici. Guardavo le mie cosce e non credevo che una mano potesse comunicarmi tanto gelo. So di essere una stronza imbarazzante quando entro nel mio mutismo che mette a disagio perfino i camerieri, fa parte della mia coerenza: sto per lasciarti, le tue mani non mi emozionano, i tuoi amici non mi interessano, non ho niente da dire e non posso fingere, non più.

Hai fatto del tuo meglio, il problema è che il sesso con te è stato fine a se stesso, non è stato il tipo di rapporto che voglio da sempre. Sarà che non ti amo, forse, ma non è solo questo il punto.

Mi sono innamorata di uomini con passioni forti, passioni che non mi appartenevano e ho saputo farle mie. Perché le mani mi parlano di talenti, di passioni, da sempre ne sono rapita. Eviterò i particolari, ma tu cerca di seguirmi.


105321637_71e77aebb2 Il maestro d’orchestra - t’immagini? – oddio non era assolutamente il mio tipo, inizialmente mi faceva quasi ribrezzo, era un giovane genio pazzo figlio di puttana, eppure quando me lo sono portato a letto si è divertito a dirigere l’orchestra per diverso tempo.

L’informatico non usciva mai di casa, consumava la sua passione sulla tastiera del pc, aveva il ventre flaccido e l’alito pesante, lo portai a farmi godere a colpi di logaritmi. 

Il puttaniere - già, era proprio quella la sua passione - lui aveva buone mani, per diversi anni interruppe la pseudo-missione dell’offrire sesso alle donne con il pane senza denti, la sua passione la giocai sotto le mie lenzuola.

Con lo scrittore non concludemmo, esagerai all’inizio e persi un’occasione, gli dissi quello che i suoi scritti mi suscitavano: immaginavo il suo talento autografato sul mio corpo e il mio talento sotto la sua scrivania, fu eccitante ma troppo per entrambi.

Il fatto è che da quando le ovaie mi si sono palesate, sono capacissima di eccitarmi anche in pubblico alla vista del talento o della passione che mi si confà in quel momento, mi dispiace solo che siano situazioni rarissime.

Non devi pensare che sia una creatura luciferina che con il sesso estirpa talenti e passioni, inutile elencare i vari complessi che potrebbero riflettere il problema, perché non ho nessun complesso, nessun problema: che cosa c’è di meglio che glorificare le potenzialità di un uomo portandole a letto, desacralizzarle, ridicolizzarle a volte, e allo stesso tempo elevarle alla comprensione e alla complicità massima che un uomo può volere da una donna.

Ti dirò, non mi piacerebbe se lo facessero a me, ma io tendo a sottovalutarmi, non riconosco i mie successi e quando mi capita voglio che restino intimamente miei, se qualcuno dovesse interessarsi alle mie mani mi imbarazzerebbe, io sono una donna.

Mi hai seguito? Volevi sapere perché ti ho lasciato.

 

 

[Nell'immagine: Genius-at-work - hobbs69]

 

postato da fotoreportress | 18:13 | commenti (6)
musica, amore, riflessioni, lavoro, sesso, incontri


giovedì, 21 settembre 2006
 

Koto, musica per le mie orecchie.

Che cosa abbiamo noi italiani in comune con i giapponesi? Niente, tranne la fonetica e il karaoke. 

Da bambina guardando i cartoni animati, senza rendermene conto appresi che le parole giapponesi scritte con l'alfabeto inglese si pronunciavano con la stessa fonetica italiana. Quando venni a conoscenza che il karaoke in Giappone era uno dei maggiori svaghi, rimasi di sasso perché pensai che l’avessero copiato a Fiorello, tanto avevo familiarizzato con quella parola. Poi il karaoke in Italia diventò sinonimo di un festeggiamento massificante e alquanto deprimente, forse per questo motivo qualche mente creativa per rilanciare l'apparecchio tipico pensò di chiamarlo 'canta tu', privandolo definitivamente di appeal.

In ogni modo la cosa che ci differenzia dai giapponesi in maniera rilevante è la filosofia zen del vuoto. Lo spazio vuoto per loro è molto importante perché non è ‘privo’ come pensiamo noi, bensì ‘pregno’, per fare degli esempi: nell’ikebana - l’arte della composizione floreale - il fiore contorna lo spazio che è l’armonia da rappresentare; due quadri esposti in un museo giapponese sono più attraenti quanto più grande e vuota è la sala che li contiene; la cerimonia del tè che a noi sembra una lungaggine, nella sua gestualità prevede delle pause che guai a non eseguirle.
koto
Sono stata ad un concerto di una stimata maestra di koto - strumento a corde comunemente chiamato chitarra giapponese - dove ho avuto modo di apprendere che i silenzi della sua musica rientrano perfettamente nella filosofia zen. Con il koto si riproducono suoni che a confronto della chitarra classica possono sembrare primitivi, però quei suoni per me sono stati una sorpresa.

Sono arrivata sul luogo del concerto trafelata e terribilmente stanca, tuttavia, superato lo scetticismo iniziale, la musica che la maestra suonava con abilità è riuscita a rilassarmi e contemporaneamente mi ha incantata, vincendo la sonnolenza che di solito incombe durante gli spettacoli noiosi.

Nonostante ciò, la distanza tra le nostre culture mi induceva a fantasticare sul koto tra le mani di Jimi Hendrix , di Santana, sotto i sombreri dei mariachi e persino appeso al collo di Alex Britti. Ahimè, sono una vera barbara, loro però sono ancora troppo tradizionalisti: la maestra di koto, che veniva da Tokio, è inorridita quando le hanno chiesto se quel genere di musica fosse scaricabile da internet.

Io invece sono inorridita al pensiero che la maestra ha impiegato ben due ore per indossare il kimono da geisha, poi mi sono ripresa quando mi hanno assicurato che, all’occorrenza, si toglie in un attimo.

postato da fotoreportress | 23:13 | commenti (2)
varie, musica, riflessioni, arte