Marta ascolta il vento seduta in cima alla collina. Felice di sovrastare per qualche istante l’agglomerato grigio che la soffoca, la inquina.
Si lascia cullare da un sibilo lieve, un fruscio di alberi e foglie di verde linfa. Guarda l’erba piegarsi dolcemente, ineluttabile sotto il delicato invisibile tocco. Vede un soffio spazzare via nuvole colme di piogge acide. Avverte frescura sulle sue guance, sono risate spensierate di bambini, contagiose, che ricordano giochi di pancia, mentre un fiato porta da lontano la protesta di un cane in catene, e la costanza del suo abbaiare rianima speranze.
Oscilla leggermente, asseconda le direzioni del vento cercando di restare in equilibrio. Non immagina di poter essere rapita da una folata improvvisa che reca nell’aria una frequenza a transistor mai udita prima. Una voce sincera, un alito che scalda. E’ un richiamo in musica di parole tratteggiate ad arte.
E il vento si fa movimento, la spinge, la spinge giù, tra i vicoli di un centro storico dalle porte chiuse dove l’umanità sta dietro gli scuri. E’ cauta, va a passo lento eppure mossa senza attrito. Smussa angoli, attraversa piazze, cammina con tacchi a spillo sul mattonato incerto e intanto tende i suoi pensieri a lasciarsi sedurre da quell'energia nell’aria che la pervade. Come vittima di un incanto, ascolta il suono rivelatore fatto di diodi che parla di lei. Segue le parole che volteggiano nei suoi desideri, parole catodiche che convergono fino in fondo al suo respiro.
Marta vaga senza posa sospinta dal vento, in direzione della fonte che trasmette le dediche del suo sentire.
E’ un divenire di elementi che mutano il particolare dei tuoi occhi insonni.
Svanisci e poi riprendi un’altra foggia. Soppesi, centellìni, dirigi e getti via i tuoi capolavori. Accusi disfatte al tuo ego innato. Vuoi forse liberarti della paternità di una battaglia vinta, di una ragione conclamata. Sai bene di aver toccato le mie corde, suonato la mia resa per la seconda volta.
Ma questa non è guerra, non ci sono strategie. C’è un istinto di poetica allegoria dei sensi, recitata in falsetto, bagnata all’osso di verità imperative. E un atto unico, in scena sole voci e chiaroscuri, che campeggia ancora nella tua, nella mia curiosità, in mezzo al vortice delle futili convinzioni quando è arduo trovare riparo.
Il balzello è l’ignoto mai svelato e il ricordo di un sorriso riflesso.
Non hai più carne per affondare le tue mani. Non più una morbida piega da sfiorare con le dita seguendo le mie circospezioni ombelicali. Dimentica quello che sempre facevi. Dimentica comprimere con forza il tuo corpo contro il mio per superare le adipose ritrosie, per entrarmi nelle viscere. Ti mancano i fianchi per aggrapparti al desiderio. Le cosce piene che solcavi con le unghie per seminare certezze. Seni che ci riempivi la bocca per non giocarti inutili parole. E l’accoglienza dei glutei quando aprivi il sipario, e applausi a scena aperta e calore tangibile da te, spettatore/attore che mordevi il testo, che tastavi a pieni palmi la mia fiducia e la tua bravura.
Ora sono pallida come l’avena, esile alga che sa di iodio. Mandorli i miei capezzoli, su pianori leggermente scoscesi. Mordi germogli di soia incastonati tra ossa spigolose. Puoi piantare un seme di loto, se vuoi, sono latte di ruscello. Se attraversi le distese di orzo, segui il profumo di zenzero, arrivi nell’unico campo florido, frutteto di giuggiola cinese e spighe di grano saraceno. Lì puoi cibarti del tuo pasto, scarno, dal sapore di scalogno. Non provi senso di pienezza. Un pasto che consumi velocemente.
(Dedicato a te e alla mia dieta cinese)
[Nell'immagine: La lettera - Fernando Botero]
tesoro, non so come dirtelo...
...dimmelo
hai l'header più brutto del secolo
