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giovedì, 26 aprile 2007
Vento impietoso dalla finestra aperta s’insinua nella stanza e infierisce sugli odiosi foglietti gialli sbattendoli come ali di farfalle che persistono aggrappate ad una memoria in disuso. Pensieri, appuntamenti, cose da fare, da ricordare, sono ormai frammenti sbiaditi che tappezzano la mia vita malinconica. Ognuno di essi è un dolore sottile e stratificato, che annota l’apatia incollata alla mia esistenza. Un disordine al quale non riesco a mettere mano. Guardo inerte quegli appunti che hanno perso un senso nell’atto in cui sono stati abbandonati sulla lavagna impolverata, quando sono stati incollati agli angoli di un pc che non ha più schermo, che ha perso connessioni.
Potrei farci aeroplanini, ma la mia vena sadica mi suggerisce di aspettare che facciano il loro dovere di kamikaze, strumenti che eseguono gli ordini fino al suicidio. Un giorno ho sentito insolito il desiderio di note e ne ho fatto una fisarmonica, ha suonato percettibile un soffio al cuore. Il primo impulso è sempre quello di farne un mazzo per poi smazzarli, ricomporlo e ridistribuirli in un gioco d’azzardo senza posta e senza giocatori, come tarocchi ai quali guardo scettica e sorniona, solo per lo sfregio d’illuderli che abbiano una qualche utilità. In passato ho provato molte volte ad appiccicarli uno alla volta in fronte sperando si imprimessero nella mente assorbiti per osmosi, non ha mai funzionato, non ho più tentato. Sono a dieta, ho fame, potrei mangiarli per poi provare la soddisfazione di sentirmi finalmente un’ecologista vera ricacandoli in un campo di margherite color giallo post-it. Se avessi fuoco li brucerei, farei un enorme falò visibile da Marte. Farei segnali di fumo, comunicherei con il Codice Morse, ci costruirei intorno un faro per avvisare in tutti i modi gli embrioni alieni che tra milioni di anni diventeranno civiltà complesse, di non fare i coglioni come me, di non usare mai i post-it.
Magari riuscissi a farne degli origami, è la creatività che mi manca. L’utilizzo migliore che ne ho fatto, è stato quello ti tappezzarmi seno e pube per fare gli auguri al mio uomo il giorno del suo compleanno, ero ridicola ma lui mi conosceva bene, sapeva arginare la mia sofferenza, ridemmo di risa folli e facemmo del buon sesso.
C’è un post-it piegato in due nel mio portafogli. Un numero telefonico color biro blu su giallo post-it. Ce l’ho da tre giorni e ancora lo custodisco tra il codice di fabbrica, quello d’immatricolazione e la giocata al Superenalotto. Non so ancora se lo userò, so solo che quel numero color biro blu ha scelto uno strumento infame. Non mi sembra un buon inizio per mettere ordine nella mia vita.
UPDATE (mi era sfuggita la chiusa)
Morirò su un letto di fottuti post-it.
domenica, 22 aprile 2007
E’ primavera. Ci sbattiamo per scrivere poesie, canzoni e lettere sentite dal cuore, ma le valvole non c’entrano, le parole escono da ben altri orifizi.
Il cuore non ha motivo di farsi sentire a primavera, è un intruso senza invito, un killer senza mandante, un illusionista senza platea. Batte a vuoto, per motivi suoi. Il più delle volte è affanno, nient’altro che affanno dovuto all’incombere di un’altra stagione, non facciamoci illusioni.
Voglio essere felice senza avere questo inutile rimbombo sordo nel petto. Smetti.
lunedì, 16 aprile 2007
Dischetto di marzapane al pistacchio verde della Sicilia ricoperto di cioccolata fondente.
Sul lavoro la sua leadership è indiscussa: fine intelligenza, carisma e moderna galanteria, con il risultato che i collaboratori uomini fanno branco con lui, e le donne vorrebbero mangiarselo a morsi. Un divorzio alle spalle e una figlia di cinque anni che lo adora, è un padre meraviglioso. E’ di una bellezza intrigante e scapigliata, ha un sorriso disarmante e le pieghe del viso sono rassicuranti. Nessuno sa se abbia storie sentimentali in corso, si sa solo che è idolatrato dalle femmine di ogni età.
Francesca lo osserva tutti i giorni al bar tavolacalda dove entrambi trascorrono la pausa pranzo, ha deciso di parlargli. Sono al bancone per il caffè, lei si avvicina incerta chiedendogli se lavora nello studio all’attico, lui risponde di sì, un sì esitante, invero, come se non ne fosse certo. Lei imbarazzata abbassa lo sguardo che va a finire inavvertitamente sul pacco di lui, allora lui abbassa lo sguardo a sua volta per controllare, non si sa mai avesse la patta aperta, lei se ne accorge e diventa un tizzo, lo ringrazia, gira sui tacchi e se ne va. Lui rimane deluso, l’aveva adocchiata da tanto, ma al tempo stesso si sente sollevato, il timore di un altro fallimento sentimentale lo paralizza.
giovedì, 12 aprile 2007
Chi ha rubato le braccia all’agricoltura è pregato di restituirle alla cassa centrale. Grazie.

mercoledì, 11 aprile 2007
Ero in piedi sull’enorme masso grigio levigato dal fiume, guardavo in basso la pozza d’acqua cristallina. Saranno stati sei sette metri ma l’altezza non mi preoccupava, era attraente, il pericolo di sfracellarmi sulle rocce era superato dall’adrenalina, la vergogna di perdere il costume non era rilevante, lo schiaffo all’impatto con l’acqua…di schiaffi ne avevo presi tanti senza motivo, quello avrebbe avuto la sua logica. Avrei seguito l’esempio dei bambini francesi, mi sarei tuffata a uovo prendendo la rincorsa e urlando nel vuoto. Avevo bisogno di un urlo liberatorio, eppure mi limitai a sentire quelli degli altri.
Fare la piccola speleologa mi affascinava. Mi aspettavo di trovare graffiti sulle pareti, una civiltà sconosciuta, filoni d’oro nella roccia, il tesoro dei pirati, il pipistrello più grande del mondo. Il buio interrotto dalle torce elettriche era un gioco di spettri che venivano per incontrare me (il mio ego risuonava bene nelle grotte). Tremavo, non solo di eccitazione, prima di avventurarmi facevo delle storie infinite, dovevano costringermi con le cattive maniere.

Se non mi avessero forzato a mettere gli sci ai piedi e dato una bella spinta, non avrei mai trovato il coraggio di affrontare le piste. Il desiderio di velocità era immenso, la gioia di trovarmi su quelle cime spettacolari mi sembrava un sogno. Guardare dalla sommità la lunghezza della pista facendo un percorso ideale fino a fondo valle, per poi proseguire in risalita sulla montagna di fronte era la fase preparatoria, un gioco nel gioco. Le lastre di ghiaccio, il forte vento e l’improvvisa variazione di clima, quelli li temevo, erano le vere fonti di paura.
E poi il tuffo in mare aperto, ragionato per ben due ore, dove non erano certo il buio delle profondità marine a spaventarmi. E quando facevo snorkeling da sola, ore durante le quali amavo nuotare nel subconscio, c’era un’unica cosa che mi metteva pensiero.
Fin quando, non molto tempo fa, l’ho sentito entrarmi irrimediabilmente nelle ossa, toccare i nervi. Un bagno nelle acque gelide delle isole greche mi ha immobilizzata per mesi.
Ho sempre sofferto il freddo, anche in estate, anche quando non riuscivo a lasciarti era perché avevo paura del freddo che, in effetti, c’è stato.
Paura, se avessi veramente paura non resterei ancora qui, immobile, a farmi congelare il sangue.
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