Ho perso un finale
sulle ginocchia era libro e strumento
biblioteca in panno
non sai leggere il labiale
se avessi corde oscillerei
di pranzi francesi e articoli accentati
ho perso un finale
a sorpresa non inganno
conto pari accelerato
sento viola e medito grigio
se solo avessi l'ora che non ho mai avuto
adesso ingoio il tuo memento.
Oggi in ufficio è stata una di quelle giornate che se ne viene a capo solo cinque minuti prima di andare via, un dimenarsi tra equilibri sottili che mi si sono appuntati come spilloni sullo stomaco, un vero scassamento.
Ma poi sono uscita dall’ufficio e dal palazzo, ho attraversato la strada e girato l’angolo.
Sul marciapiede risicato, quello che faccio tutti i giorni andata e ritorno, chi ti ho visto venirmi incontro? Lui.
Che non è un lui qualsiasi, è lo scrittore con il quale, per il motivo x, ho scambiato una serie di mail dapprima formali e poi confidenziali, cioè, io ad un certo punto ho ammiccato, cosa che mi riesce molto bene, e lui pure.
Era finita lì, pensavo, invece oggi l’ho incontrato e subito riconosciuto, lui non mi aveva mai visto. L’ho fermato.
Quando ero adolescente fantasticavo spesso di incontrare per caso l’idolo del momento, lo facevo scientemente, ipotizzando strategie nel momento in cui l’idolo non sarebbe stato solo in strada da poterlo avvicinare senza problemi, oppure che il marciapiede fosse troppo grande per inciampargli addosso senza che facesse uno scarto per evitarmi. Lui di certo non è un mio idolo, anche se di libri suoi ne ho letti e regalati, però questa cosa di immaginare casuali ed improbabili incontri perfetti con le persone che mi interessano mi è rimasta. La meraviglia è che l’incontro perfetto esiste, o quasi.
Mi presento con nome, cognome e un sorriso stampato, lui non immagina neanche lontanamente chi io sia, ma è normale, passo oltre. Accenno a voler sapere cosa ci fa a Roma e lui mi parla di interviste, una finta giornataccia la sua. Penso che forse ha finito il libro del quale mi aveva parlato ed è qui per promuoverlo, quando glielo domando mi accorgo che rimane stupito per un secondo scarso, infatti, fa finta di niente perché non è interessante risalire a come faccio a saperlo e di conseguenza chi caspita sono, preferisce sorridermi e fissarmi con occhi sgranati. Il titolo non esce fuori, pazienza, in compenso mi ritrovo a parlare di diritti d’autore, che so un cazzo io di diritti d’autore, però mi ci riempio la bocca lo stesso e faccio una discreta figura.
“Mi ha invitato Fassino…”, eh eh, la so, sono preparata e lo interrompo: “Però il tuo nome su Repubblica non c’era, ho letto l’articolo”, “Infatti non ci sono andato, non ne avevo voglia”, va be’, ho fatto la saputella a sproposito, ma tanto è ininfluente perché continua a guardarmi negli occhi e a sorridere.
Mentre mi dice che il suo albergo è lì vicino arrossisce un po’, faccio la vaga, è chiaro che è una gaffe e non un invito. Sorrido ancora, tuttavia nei primissimi attimi di imbarazzo mi dico: “Meno male che durante la pausa pranzo ho strappato quella brutta ciglia ritorta. Si vedrà che ho un po’ la pancia gonfia? Oddio, avrò messo il rossetto prima di uscire? Porcavacca, vuoi vedere che ho il naso lucido?”.
Per sdrammatizzare gli chiedo se è mai entrato nella chiesa di fronte a vedere un’opera d’arte fuori dai circuiti turistici, lui risponde: “No, andiamo”.
Mentre ci avviamo biascica qualcosa su quanto conosce poco Roma per via degli impegni e della fidanzata, notizia che aveva già strillato all’epoca delle mail. Uno che dopo pochi minuti tira fuori casualmente la parola “fidanzata” si traduce più o meno così: sei carina, in chiesa con te ci vengo, però sia chiaro che non ti sposo.
Adesso ci guardiamo con la coda dell’occhio, quasi per non perderci di vista, in verità per scrutarci maldestramente di nascosto.
Parlottiamo a bassa voce, il che implica di diminuire le distanze. Parliamo come se ci conoscessimo da tanto. Lui ha notato il cartello all’entrata con gli orari della santa messa e si stupisce che dovrebbe esserci e invece non c’è, a me non interessa minimamente. Ammirata l’opera faccio per uscire, mentre sto impugnando l’ottone della porta mi volto un poco e vedo lui che fa l’inchino con il segno della croce. Mentre scendo la gradinata mi volto un poco e vedo lui che fa l’elemosina ad una zingara. Faccio la vaga.
Una volta fuori: “Vai in giro per il centro da solo?”, adesso è lui che fa il vago: “Ehm, sì, più tardi devo incontrare una persona”. Non rimane che dirci ciao, penso, ma lui ritrova il piglio pubblico che lo contraddistingue, assume l’atteggiamento dello studioso, del professore che sta liquidando l’allieva dandosi delle arie e aggrottando il sopracciglio, insomma, atteggiandosi dice: “Scrivimi, la mia mail ce l’hai”. Ipocrita, fidanzato e ipocrita, come tutti d’altronde. Davvero non è importante che ricordi le mail, ha risposto qui come rispondeva lì.
“Va bene, se ricapiti a Roma…scrivi tu altrimenti come potrei saperlo.” Stretta di mano e finisce qui.
Prendo la metropolitana, affollata come al solito, non riesco a levarmi dalla faccia un sorrisetto tra l’ebete e il sarcastico, mi sentivo talmente spigliata che se solo non mi avesse anticipata avrei anche potuto dirgli: “Vengo con te se ne hai voglia, tanto a casa c’è solo un post che mi aspetta”.
[Nell'immagine: Marc Chagall]
Cioccolato fondente ripieno di pralinato di mandorle con caffè.
“Il ragazzo soffre d’insonnia”, ha detto il medico di famiglia alla madre. E così lui va tutte le sere in discoteca perché tanto non riesce a dormire, ma in realtà non dorme perché ci va tutte le sere. In discoteca c’è il versante dove si sente a suo agio, dove tutto è sotto controllo, quando balla, traffica sui divanetti, si spende al bancone del bar. Quando traccheggia sulla porta d’ingresso oppure esce fuori a fumare, a controllare la situazione al parcheggio. Anche quando va a liberarsi alla toilette. Ormai possiede gli strumenti e ne fa un’arte, uno scopo di vita finché dura.

Il problema adesso è lei. Lei che gli ha sorriso sulle scale di casa, gentile e solare, insolita lo ha colpito. In quel versante che odia, tanto è vero che preferisce non viverlo, stordito sempre. Così diversa da quelle che conosce bene. Non riesce a crederci eppure si sente già in bilico. Per così poco, due parole un pomeriggio, una cioccolata calda in una cucina minuscola dove qualche ninnolo della padrona di casa ne fanno un ambiente che sa di buono, che infonde piacere. Si ferma mezz’ora al massimo e poi si dà alla fuga confuso. Ritornerà domani, forse.
Tre giorni a Berlino per un convegno internazionale mi hanno fatto pensare alle priorità da mettere in agenda:
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Perfezionare la lingua inglese, magari con specializzazione sul nuovo lavoro, per evitare di ritornare in patria con gli appunti in bianco e l’umore in nero. In alternativa, ricordarsi per tempo di declinare gli inviti alle conferenze internazionali dove non sono previste traduzioni di lingua italiana (ci vuole sempre un’alternativa).
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Divulgare pro bono un quick reference a sostegno dei viaggiatori che non sanno come lavarsi il deretano in mancanza del bidet, questo sconosciuto.
In dieci anni di viaggi all’estero non ho mai incontrato qualcuno in possesso della mia stessa abilità, e sì che ne ho intavolate tante di conversazioni a riguardo, per questo mi sento la capostipite di una specie evoluta in rapporto all’ambiente, alle esperienze e all’istinto di sopravvivenza, vista da Darwin sarei come il primate, il primo, dal pollice opponibile.
La mia abilità consiste nel riuscire a lavarsi le parti intime in assenza del bidet, dell’apposita doccetta annessa al water o della fornitura di salviette umidificate.
Dopo che vi siete abbigliati di tutto punto e, per intonarvi al luogo, a colazione vi siete mangiati wurstel con crauti in salsa di yogurt acido con marmellata di prugne, è facile che vi si presentino delle spiacevoli situazioni di urgenza intestinale. In questi casi, tamponate l’urgenza, e poi se vi manca il tempo per farvi una doccia, non alzatevi dal water, rimanete pure comodamente seduti, perché avendo letto preventivamente il quick reference che troverete di seguito, sarete perfettamente in grado di fare piazza pulita.

Innanzi tutto assicuratevi di avere a portata di mano alcuni oggetti dei quali vi sarete premuniti con anticipo:
- due bicchieri colmi di acqua o una bottiglia,
- sapone della tipologia che più vi aggrada o di quella che offre la casa,
- piccolo asciugamano da bidet (a casa mia detto bideino) ma anche grande.
Fatto? Bene, adesso prendete un vasetto di colla vinilica…ehm, pardon.
L’utilizzo di uno o due bicchieri di acqua, o la capacità della bottiglia a vostra disposizione dipendono da più fattori circostanziali:
- la prossimità del lavabo dal quale potersi rifornire stando sul posto,
- l’ampiezza della superficie da trattare e le relative asperità,
- la quantità e la consistenza del materiale residuo da rimuovere.
Valutazioni, queste, che dovreste essere in grado di fare almeno dopo la seconda applicazione.
Prima di iniziare, consiglio di posizionare le gambe lontano dal collo del water, soprattutto se corredate di indumenti arricciolati all’uopo sulle caviglie, onde evitare che la manovra li metta a rischio innaffiamento.
L’esecuzione è piuttosto semplice, aguzzate l’ingegno e il gioco è fatto.
Una volta terminato potete rialzarvi con vostra soddisfazione e quella delle vostre parti intime. Non dimenticate di asciugare le eventuali fuoriuscite di liquidi dal water e di tirare lo sciacquone. Aerare l’ambiente prima di soggiornarvi.
UPDATE
diggy, la tua partecipazione e la mia coscienza mi impongono di fare meno la stronza.
Devo fare un avvertimento ai malcapitati che per errore leggeranno questo post.
E’ pensato e scritto per me stessa, per ridimensionare il mio io in questo non luogo: posso scrivere di merda e di cessi, sperando che nessuno sprechi del tempo a leggere e soprattutto a commentare, perché tanto qui non c’è la mia firma, la libertà che mi prendo in questo luogo non esiste, perché io non esisto. Sono libera di scrivere quello voglio senza perdere la faccia, a limite un avatar, anche perché non conosco nessuno dei mie lettori, va be’, quasi nessuno. Nella dimensione reale intavolerei un discorso del genere con poche persone. L’ho scritto per ricollocare al giusto livello il grado d’intimità che credo di avere acquisito con il mezzo nei giorni scorsi, giorni di stress.
Come qualcuno di voi sa bene: qui faccio solo esercitare i polpastrelli (anche perché di coinvolgere i neuroni non se ne parla).
Che sia chiaro: non è il rapporto con voialtri che mi disturba, anzi, è una questione tra me e il blog, la parte di me che non esiste.
Cioccolato bianco ripieno di cioccolato fondente e menta di Pancalieri.
Cammina leggera sulle décolleté a punta, tacco 3. E’ alta e slanciata nonostante i fianchi tondi, ha più o meno vent’anni, si può permettere di indossare gli scaldamuscoli sotto una gonna al ginocchio e un cappottino verde. Risponde al cellulare, si ferma e si mette seduta sul bordo della fontana lasciando scivolare a terra la grande cartella di pelle con le tavole dei figurini, la sua passione. Parla con qualcuno che la fa ridere di gusto senza scomporsi, si muove aggraziata, giocherella con una ciocca di capelli neri corvini scesa dallo chignon tenuto con fermagli variopinti. Fissa le ginocchia unite a formare una geometria con il suolo che racchiude immagini di lei con il suo interlocutore. Di tanto in tanto alza la testa, ha un trucco originale e gentile che ne esalta la freschezza. Le brillano gli occhi, è innamorata, è bella, è ingenua.
