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martedì, 30 gennaio 2007
Andavo spesso al mercato delle pulci, non compravo mai niente.
Partivo da casa che era ancora notte, in inverno, arrivavo quando l’alba filtrava tra le tende dei banchi e tra i fili pesi dalla mercanzia. C’era caffè fumante dalle bocche e dai termos in tutto il mercato. C’erano signore impellicciate senza borsa che custodivano la caccia all’occasione.
Andavo per osservare e per ascoltare. I miei preferiti erano i banchi dei vestiti usati, mi è capitato di dissuadere un paio di signore dal comprare stracci che non avrebbero mai indossato, erano state ammaliate dalle cantilene e dai gesti ipnotici dei venditori.
Poi una domenica mi sono soffermata più del solito da un russo. Ho passato in rassegna tutto il suo banco, pezzo per pezzo per un tempo imprecisato durante il quale il russo ad ogni mio cambio d’espressione riformulava il listino. Orologi, calcolatrici, macchine fotografiche, macchine da scrivere, penne stilografiche, colli di volpe argentata. Ho comprato un generatore di parole ad un prezzo regalato, il russo non riusciva a piazzarlo perché nessuno credeva che potesse funzionare.

L’ho comprato perché non riuscivo ancora a generarne delle mie.
Mi sono accorta subito che l’apparecchio manteneva il suo carattere cirillico anche se con me usava la mia lingua, non si inceppava, non faceva capricci, si è reso immediatamente disponibile. Cosa strana, perché da quello che mi aveva accennato il russo, era difficile farlo funzionare senza perdere la pazienza.
Purtroppo era un aggeggio sofisticato, generava parole troppo difficili per me e con una velocità alla quale non riuscivo a stare dietro, e così, dopo aver appreso alcuni rudimenti della scrittura, a malincuore me ne sono disfatta.
Adesso credo che sia in altre mani, forse più esperte delle mie. Ma io so dove posso trovare la sua produzione per continuare a leggerla a distanza.
Ho tenuto a fargli sapere che ne ho cominciata una mia, modestissima, e mi accorgo che il generatore di parole controlla di tanto in tanto i miei scritti, prende alcune delle mie di parole e le adatta con mestiere alle sue.
Forse un motivo c’è, forse ce ne sono due o molti di più che possano spiegare questo nostro gioco illusorio, l’unica cosa certa è che il gioco l’ho iniziato io e adesso non so come portarlo avanti.
Perché adattare due parole non ci vuole niente, più difficile è farne un discorso che abbia un senso.
mercoledì, 24 gennaio 2007
(Mi sono postata addosso: due nello stesso giorno e quello sotto non lo legge nessuno. E' forse incommentabile? Così, per curiosità)
Oggi vorrei che qualcuno mi spiegasse una cosa per me incomprensibile, anzi due.
Oggi mi sento uno straccio, se avessi potuto sarei uscita in pigiama e ciabatte, poi ho ripiegato su qualcosa che non avesse l’odore del sonno ma sempre in stile.
Non sono truccata tranne un filo di fondotinta e una pennellata di fard.
I miei capelli si illudono di essere ai tropici e hanno organizzato un reggae party.
Mi sento gonfia come un pallone da basket nelle premestruali.
Stamattina la bilancia ha preso carta e penna per registrare il mio record storico.
Non mi gira male ma neanche tanto bene.
Vorrei sapere per quale cazzo di motivo uomini di tutte le età e svariate nazioni, elegantoni, sportivoni e coglioni, mi hanno guardata durante il tragitto per venire in ufficio, e sì che tenevo lo sguardo basso.

Però un’idea me la sono fatta: credo che ci sia una gran quantità di elettricità nell’aria a causa delle particolari condizioni atmosferiche e credo anche di essere “elettrostatica”, non so se è il termine giusto ma rende l’idea.
Posso anche provarlo: lo scorso sabato ho fulminato una lampadina del soggiorno semplicemente ponendo il dito indice sull’interrutore, domenica mattina ho fato lo stesso con due lampadine dell’ingresso, lunedì mattina mi sono ripetuta con quella del bagno.
Mi era già successo un anno fa, in un’altra casa, giuro.
Paura, io, di me.
Calzò il cappello a righe sul diametro del cerchio che aveva alla testa, rallegrò col bianco il tri(st)gemino infelice, strinse i pois in un bel fiocco di seta e si avviò al botteghino.
“E’ una posizione di rilievo” assicurò il direttore del Circo Volante, ma il Pagliaccio non rilevò alcun sollievo, quando entrò nel bugigattolo si sentì sprofondare.
Oltre all’Umorismo aveva adottato Professionalità, Dignità e Pazienza, per farli crescere insieme poveri orfanelli!
Non potendo separarsene li portò nel bugigattolo. Dignità e Professionalità furono le più valide assistenti, mentre gli altri si avvicendarono a seconda della luna degli avventori.
Che gli avventori del Circo Volante non erano tutti bambini felici, emozionati, curiosi, non erano tutti bambini.
Che il circo non era solo volante ma era anche errante, infatti, secondo Pagliaccio il circo sbagliava nel suo girovagare, prima o poi avrebbe dovuto piantare le tende per non cadere a picco sul mondo.
Pagliaccio sognava funi, trapezi e reti di salvataggio, naturalmente sul filo dell’ironia.
Suo malgrado si trovò a vendere biglietti ad una umanità fatta di gente di ogni razza e ogni incazzatura, maleducazione, ignoranza, tristezza, gente che faceva compassione perché non aveva idea di cosa fosse un circo volante.
Quasi mai ricambiavano un sorriso, ammettevano di aver sbagliato atteggiamento, facevano un complimento.
Un giorno Pagliaccio si ritrovò solo, gli orfanelli annoiati sgattaiolarono fuori a giocare almeno coi pensieri. Proprio quel giorno in cui si sentiva più triste e stanco, la Magia del circo uscì dall’autocaravan restituendogli il sorriso che aveva perso la sua smorfia.
giovedì, 18 gennaio 2007
Teresa aveva un Cruccio, un giorno lo portò a visitare una pinacoteca.
I due vagarono per ore in cerca di un dipinto dal quale prendere l’ispirazione, lo trovarono nell’ultima sala della mostra.
A dire il vero fu il Dipinto che trovò Teresa e il suo Cruccio, appena la vide entrare si mise a fissarla, la rapì con uno sguardo di traverso, la catturò ammiccando con una pagliuzza bianca appena accennata nell’iride nero, era un giovane mezzo busto dagli occhi furbi ma onesti, aveva una pennellata da impressionista.
Teresa se ne innamorò all’istante.
Teresa e il suo Cruccio si accomodarono sulla panca prospiciente al Dipinto dove adagiarono un pennello, una bottiglina d’acqua e una di solvente.
Il Cruccio se ne stava zitto zitto, immobile, si sentiva sbiadire. Quando Teresa intinse il pennello nell’acqua, tutti pensarono che avesse intenzione di cancellarlo, ma lei non lo sfiorò affatto.
Cominciò con delle pennellate circolari all’interno del suo polso sinistro, lì i colori erano sensibilmente tenui, le sue gote presero di un rosso vermiglio sotto le lentiggini nocciola, ma a quelle ci sarebbe arrivata con calma. Stille di sudore le imperlavano il corpo aiutandola a mescolare il marrone dei nei con l’incarnato.
Quando arrivò al pube, qualcuno la immortalò in una foto*, e già il suo volto sfigurava.
Si era riDipinta accanto al suo amato.
Lui si mostrò subito felice ma non riuscì a perdere la posa, allora Teresa uscì dal dipinto con il pennello fino all’avambraccio, indicò al Cruccio di tornarsene da dove era arrivato e bacchettò il custode sulle nocche che era in procinto di portarle via la bottiglina col solvente dalle quale attinse la soluzione per far sciogliere il suo amore. Gli sciolse prima il nodo della cravatta e poi quello che aveva nella gola.
Una volta terminata l’opera gettò il pennello oltre la cornice.
* In seguito la foto fu pubblicata su un blog dal suo autore con il titolo “L’estasi di Santa Teresa”. Non passò mezz’ora dalla messa in rete che si ritrovò a commentare così:
#1
sei un blasfemo, dovresti avere più rispetto per i santi e anche per i grandi artisti.
utente anonimo
#2
anonimo, scusa, non volevo offendere nessuno
ti spiego, io sono un agnostico e non sono un esperto d’arte
quando ho rivisto la foto che avevo scattato mi è venuto in mente il Bernini e la sua Santa Teresa,
ti confesso che nella mia ignoranza mi è capitato di vedere l‘estasi ritratta solo sui volti dei santi, ma forse è una mia mancanza
sempre senza offesa
fotografo
#3
beh, certo, messa così, mi sa che c'hai ragione
utente anonimo
[Nell'immagine: Tentative de l'impossible - René Magritte]
       
Tentative de l
lunedì, 15 gennaio 2007
Va bene conoscere profondamente il partner, ma chiedere l’esame del Dna per evitare di vedersi fatte le corna è senza dubbio qualcosa che va oltre la vecchia lastra al cervello.
Fino ad ora nella scelta dell’anima gemella ci si è affidati all’istinto, alla dichiarazione dei redditi, al grado di sopportazione della suocera, e per scaramanzia si ricorreva ai conti bancari separati e all’accordo prematrimoniale per tutelare Fido e Felix (oggi ho poca fantasia).
Ma la ricerca dell’Università del Nuovo Messico pubblicata sul New Scientist e rilanciata dal Daily Mail è l’uovo di Colombo: una mappatura dei geni della moglie o della compagna da confrontare con la propria, per avere la quasi certezza che non tradirà.
Già, perché dai risultati della ricerca è emerso che le donne nei giorni di fertilità sono portate a tradire nel caso in cui i geni di lui somigliano troppo a quelli di lei: tra un uomo e una donna che hanno in comune metà del patrimonio genetico Mhc, cioè il complesso di istocompatibiltà, il tradimento femminile viene dato al 50% delle possibilità, praticamente quello che i bookmaker definirebbero un colpaccio.
In effetti, l’esito di questa ricerca potrebbe addirittura incrementare non solo i giri di scommesse, ma anche il già redditizio business di Marta Flavi: immaginiamo un motore di ricerca, se il Dna fa match al 100% ci hanno clonati e significa che uno di noi due ha cambiato i connotati, se invece fa match al 50% possiamo anche metterci insieme ma scordati di vedermi durante i miei giorni fertili.
Tutto questo avvalora la vecchia tesi che gli opposti si attraggono, e dopotutto si vede a occhio nudo: i biondi con le more, i bianchi con le nere, gli stronzi con le santedonne.
Sapevamo anche che quando una donna arriva a pronunciare la fatidica frase “mi sembra di avere accanto mio fratello” la libido tra i partner è finita, non ci sono scorciatoie, piuttosto qualche corna.
Ora, io non credo che questa sia una buona notizia per gli uomini, perché il complesso di istocompatibilità gli fa cadere l’alibi secolarizzato per i loro tradimenti, cioè quello di essere perennemente alla ricerca della donna perfetta volando di fiore in fiore. Non se ne rallegrino.
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