Fotoreportress

   In questo luogo non troverai fotografie di luce, solo parole color seppia.

 



link
aitan
Al Farach
all
brule
Cally
carrino
casalinprecaria
Cenresig
cf05103025
cobblep0t
Comparsa
davizz
duchesne
e.l.e.n.a.
Effe
Egotique
figliodinessuno
Flounder
fuoridaidenti
hobbs
Hotel Messico
ipsediggy
john.Coltrane
katiuuuscia
le parole del giorno
miic
mrka
nodirection
Oltranzista
pattymeet
Petarda
peterparker999
Rear Window
rebusrebus
ritabonono
sGrethel
sphera
tashtego
Toxidrome
UnoDiPassaggio
uomoambra
Yuhu
Zaccaria
zaritmac
zop
Zu
il mio archivio
oggi
giugno 2009
maggio 2009
agosto 2008
giugno 2008
maggio 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
le mie categorie
amore
animazione
arte
cibo
cinema
giochi
incontri
internet
lavoro
libri
milano-roma
musica
onirico
poesia
praline
reality
religione
riflessioni
scienza
sesso
shopping
tech
televisione
vacanze
varie
viaggi
vita
counter
*loading* visite



mercoledì, 20 dicembre 2006
 

Jacket on the Job.

Capita che la sera prima stai lì a raccontare al tuo amico le difficoltà che hai incontrato sul nuovo lavoro, tra le quali il fatto che i tuoi colleghi ti guardano con naturale curiosità mista a paleozoico preconcetto. Non neghi di avere diversi punti a tuo svantaggio: da tempo ti viene attribuita un’età anagrafica inferiore di circa sette anni, risulti piacevole nell’insieme ma le tue espressioni facciali tradiscono un carattere introverso che a volte viene scambiato per antipatia, che a volte viene travisata in giovanile insicurezza: la tua non sarà mai un’espressione pensierosa, seria o intelligente senza apparire poco socievole. E meno male che ne sei perfettamente conscia, perché ogni tanto puoi farti una risata con te stessa pensando ai provini di Gianni Ippoliti: “Faccia un’espressione socievole, un po’ di più, un po’ di meno. Adesso me ne faccia una intelligente…”. Così, man mano che conosci i colleghi capisci di avere un aspetto da segretaria, se ti va bene da stagista o nel peggiore dei casi da centralinista, solo che loro non hanno colpe mentre tu cominci a farti qualche scrupolo sul modo in cui vesti e ti trucchi, e allora cerchi di porre ai ripari sforzandoti di fare un po’ di shopping mirato, tenendoti sempre a debita distanza dallo stile “Pivetti alla Camera”. In effetti, sai che superato il primo impatto sdoganerai il vetusto preconcetto. E però un poco ti rode, in quanto nessuno ti esenterà dal ricevere lo stesso giudizio al di fuori del palazzo, visto che il tuo lavoro ti porta a relazionarti all’esterno imponendoti di non abbassare mai la guardia in tal senso.

144637420_b27ee2e905_mCapita poi che la mattina successiva devi andare ad un convegno un poco formale e cerimonioso, allora ti metti la tua Jacket C7278D69067 di Stefanel collezione fall/winter 2006, con tanto di cintura a fiocco, sì ma, tu sei moooolto più chic della modella a pagina 32 del
catalogo online (porgo le mie scuse, non mi è riuscito di postare la maledetta immagine) e non indossi di certo le tette, i capelli biondi, il cappello e tanto meno quella espressione. Comunque, sali sulla metropolitana e proprio nel momento in cui stai ripensando alla discussione della sera prima , aggiungendo qualche considerazione tipo: non è scendere a compromessi con se stessi, è segno di saggezza e saper vivere, in fondo è un modo per valorizzare se stessi, proprio mentre pensi questo, una ragazza circa cinque anni più grande di te, ti fa cenno cedendoti il posto a sedere. Prima pensi che debba scendere alla prossima, poi pensi a come avrà fatto a sapere che hai un leggero mal di schiena. Intanto sei seduta che leggi comodamente il tuo libro, quando ti si accende la lampadina o forse ti coglie un fulmine: non hai calcolato che la Jacket C7278D69067 di Stefanel avresti dovuto indossarla con un soprabito che non ti segnasse in vita per evitare equivoche protuberanze sul davanti, la cosa peggiore è che tutti si accorgono all’istante dell’errore tranne te che ci metti i tuoi bei cinque minuti. Resti seduta però fai la parte con la benefattrice chiedendole: “scusi, non doveva scendere?”, in fondo è lei che ha fatto la figuraccia, infatti non può far altro che rispondere: “tra qualche fermata”.
E però ti rode, a tal punto che dopo la registrazione al convegno non puoi fare a meno di agevolarti la toilette del palazzeto antico nel centro storico, dove, evidentemente suggestionata, evacui una quantità pari ad un bambino di cinque chili. Non è carino dirlo, non ti era mai capitato, il tuo amico della sera prima non c’entra anche perché avete mangiato solo un piatto di pasta, ma almeno per oggi hai sgravato.
postato da fotoreportress | 13:01 | commenti (5)
riflessioni, lavoro, incontri


venerdì, 15 dicembre 2006
 

Le mani.

Ieri sera guardavo le tue mani mentre ti strizzavi il mento, mentre maneggiavi impeccabilmente forchetta e coltello, salutavi gli amici. Guardavo le mie cosce e non credevo che una mano potesse comunicarmi tanto gelo. So di essere una stronza imbarazzante quando entro nel mio mutismo che mette a disagio perfino i camerieri, fa parte della mia coerenza: sto per lasciarti, le tue mani non mi emozionano, i tuoi amici non mi interessano, non ho niente da dire e non posso fingere, non più.

Hai fatto del tuo meglio, il problema è che il sesso con te è stato fine a se stesso, non è stato il tipo di rapporto che voglio da sempre. Sarà che non ti amo, forse, ma non è solo questo il punto.

Mi sono innamorata di uomini con passioni forti, passioni che non mi appartenevano e ho saputo farle mie. Perché le mani mi parlano di talenti, di passioni, da sempre ne sono rapita. Eviterò i particolari, ma tu cerca di seguirmi.


105321637_71e77aebb2 Il maestro d’orchestra - t’immagini? – oddio non era assolutamente il mio tipo, inizialmente mi faceva quasi ribrezzo, era un giovane genio pazzo figlio di puttana, eppure quando me lo sono portato a letto si è divertito a dirigere l’orchestra per diverso tempo.

L’informatico non usciva mai di casa, consumava la sua passione sulla tastiera del pc, aveva il ventre flaccido e l’alito pesante, lo portai a farmi godere a colpi di logaritmi. 

Il puttaniere - già, era proprio quella la sua passione - lui aveva buone mani, per diversi anni interruppe la pseudo-missione dell’offrire sesso alle donne con il pane senza denti, la sua passione la giocai sotto le mie lenzuola.

Con lo scrittore non concludemmo, esagerai all’inizio e persi un’occasione, gli dissi quello che i suoi scritti mi suscitavano: immaginavo il suo talento autografato sul mio corpo e il mio talento sotto la sua scrivania, fu eccitante ma troppo per entrambi.

Il fatto è che da quando le ovaie mi si sono palesate, sono capacissima di eccitarmi anche in pubblico alla vista del talento o della passione che mi si confà in quel momento, mi dispiace solo che siano situazioni rarissime.

Non devi pensare che sia una creatura luciferina che con il sesso estirpa talenti e passioni, inutile elencare i vari complessi che potrebbero riflettere il problema, perché non ho nessun complesso, nessun problema: che cosa c’è di meglio che glorificare le potenzialità di un uomo portandole a letto, desacralizzarle, ridicolizzarle a volte, e allo stesso tempo elevarle alla comprensione e alla complicità massima che un uomo può volere da una donna.

Ti dirò, non mi piacerebbe se lo facessero a me, ma io tendo a sottovalutarmi, non riconosco i mie successi e quando mi capita voglio che restino intimamente miei, se qualcuno dovesse interessarsi alle mie mani mi imbarazzerebbe, io sono una donna.

Mi hai seguito? Volevi sapere perché ti ho lasciato.

 

 

[Nell'immagine: Genius-at-work - hobbs69]

 

postato da fotoreportress | 18:13 | commenti (6)
musica, amore, riflessioni, lavoro, sesso, incontri


lunedì, 11 dicembre 2006
 

Più libri più liberi / 2006.

Dopo una rapida ricerca tra le recensioni e i commenti dei blogger, ho notato che nessuno ha menzionato un passaggio interessante del disegno di legge sul quale è intervenuta l'Assessore alla cultura della Regione Lazio Giulia Rodano in occasione della fiera Più libri più liberi. Quindi lo faccio io.

L'Assessore vuole realizzare una Città del libro nel distretto di Roma. 

Si è subito detta preoccupata di aver comunicato la possibile location al pubblico presente in sala prima che al Sindaco di Roma, poi però, sulla scia dell'entusiasmo, non si è risparmiata una seconda gaffe dicendo "outlet" con una improbabile pronuncia francese che suonava come "eau toilette". Quisquiglie a parte, l'idea c'è e forse si troveranno anche i fondi, ammesso che la Regione Lazio rimedierà al disavanzo attuale, considerando che le modifiche al Titolo V della Costituzione in sostanza escludono la partecipazione del Governo con possibili ripercussioni sulle tasche dei cittadini.

L'idea è quella di agevolare la piccola e media editoria ed i librai procurando spazi, facilitando la distribuzione e soprattutto facendo sì che il libro introvabile nella Città del libro si potrà trovare, possibilmente con l'autore annesso che firma autografi e distribuisce gadget. Per quanto riguarda la visione dell'outlet, immagino che abbia voluto riferirsi alla struttura architettonica tipica, e non ai maxi sconti fino al 50%, il concetto non era chiaro, ma il progetto sì. Investendo sulla cultura crea occupazione, aiuta le piccole imprese, dà visibilità agli scrittori altrimenti sfigati, eccetera, eccetera, eccetera.

 

postato da fotoreportress | 22:58 | commenti (1)
libri, shopping, incontri


sabato, 02 dicembre 2006
 

Nuvole e polvere.

S’infilò una t-shirt, le infradito e uscì sbattendo la porta della stanza d’albergo. Camminava nervosamente tra la folla del mercato senza nascondere una smorfia di disgusto, non sopportava l’odore acre di sterco, cera e spezie, tuttavia sapeva che il fiuto l’avrebbe aiutata in quella disperata ricerca. Ormai era al limite, non controllava più lo spasmo dell’occhio destro, lo stomaco le si torceva che sembrava voler prendere il sopravvento e risolversela da sé. Quante notti erano che non chiudeva occhio non lo ricordava più. Fermò una donna minuta dalla faccia di cuoio e una lunga treccia di capelli neri e lucenti come seta, era vestita di lana rossa, arancio, blu, viola, giallo, pensò che la sensazione che le davano quei colori avesse una certa attinenza con quello che cercava, ma la donna si ritrasse prima che riuscisse ad aprire bocca, forse spaventata dal suo sguardo inquieto. San Cristobal de las Casas non poteva essere l’unica città a non avere uno smercio, sentiva che prima o poi l’avrebbe trovato. Intanto annusava l’aria. Lo zòcalo era il posto giusto per saperne di più, non badò agli sguardi diffidenti e si diresse verso un gruppetto di uomini, fece la domanda sussurrando all’orecchio di uno di loro. Bisognava raggiungere un paesello di quattro case a venti minuti di auto e bussare al portone di una chiesa.
136764139_1944fa7d83_mQuando si aprì il portone le sembrò di entrare all’inferno: il pavimento era cosparso di fieno appena trebbiato, c’erano moccoli accesi dappertutto, sul pulpito una donna gridava parole incomprensibili agitando le braccia mentre un uomo vestito da prete le cingeva la testa con le mani, altre due donne si rotolavano nel fieno. Sui lati della navata, non una statua di marmo o un affresco, ma enormi teche di vetro a protezione di santi di cera in totale stile kitsch, avevano volti più inquietanti di quelli delle antiche bambole di porcellana. Stava assistendo ad un rito che ricordava la santeria, ma non sapeva definirlo esattamente, c’era una gran confusione di gente che pronunciava una strana litania. Realizzò che era tutto sbagliato, cosa ci faceva in quella chiesa sconsacrata? L’uomo che le aveva indicato quel posto non aveva compreso, e lei in preda ad una crisi di astinenza aveva seguito le istruzioni senza riflettere. Il caldo insopportabile, il puzzo di sudore, fumo, incenso e fieno le provocarono conati di vomito che tratteneva a stento. Fece tre passi, poi svenne. Quando riaprì gli occhi vide cielo grigio e una pioggia finissima scenderle addosso, era supina su uno spiazzo erboso tra la fitta vegetazione della foresta amazzonica, non c’erano né uomini né dei, si accorse che qualcosa le premeva l’addome. Già immaginava la sua faccia affissa su tutti i pali messicani tra quelle delle altre turiste desaparecidos. A fatica si mise seduta, notò alcuni ruderi grigi tra gli alberi - piramidi, sì, erano piramidi maya - avvolte da nubi bianche sulla sommità. Aprì il cartoccio e vi trovò due sacchetti. Tralasciò quello con la polvere per dedicarsi all’apertura nevrotica dell’altro, prese un tocco, lo annusò avidamente, poi socchiuse gli occhi e lasciò che le si sciogliesse in bocca. Solo allora ricordò che quando il malore l’aveva colpita non smise di ripetere: “Cacao, quiero solamente un poco de cacao”. Ci vollero due ore prima di raggiungere l’albergo, un solo attimo per prendere sonno.
postato da fotoreportress | 18:27 | commenti (3)
varie, viaggi, vacanze, religione, cibo