Hip hop on air.
≡ venerdì, 06 giugno 2008 | ≅ (popup) commenti (2) |
A chi non piace l’hip hop? Forse non a tutti ma sicuramente a più persone di quante ci si immagina, basta dare un’occhiata alle classifiche di vendita e al business che gli gira intorno.
Certamente c’è una buona parte degli statunitensi che malgrado siano appassionati del genere non si sognerebbero mai di celebrarlo ogni anno a SOBE durante il Memorial Day Weekend, che peraltro ha origine con un significato profondo.
Una prima avvisaglia dell’avversione dell’americano medio per questa ricorrenza nazionale l’avevo avuta in una e-mail di risposta di una gentilissima direttrice vendite di un albergo di South Beach che insieme al tariffario, troppo alto per le mie tasche, scriveva esplicitamente “be aware”. Ripensando a situazioni passate potenzialmente pericolose alle quali sono andata incontro in Italia e all’estero, non mi sono fatta scoraggiare. Ho pensato che in una città dove convivono tranquillamente pensionati americani e immigrati cubani nonostante l’alta concentrazione di narcos, al massimo avrei potuto assistere a qualcosa tipo il corteo degli animalisti che mi è capitato di incrociare a Vienna: un poliziotto ogni metro che scortavano un fiume di misti physique du rôle da contestatori, che sfilavano ordinatamente e silenziosamente, rispondendo agli slogan a bassa voce per non sovrastare il cinguettio degli uccellini del parco. Nulla a che vedere con alcuni quartieri di Washington dove sono capitata per sbaglio e dove mi sono guardata bene dal scendere dall’auto visti i tipacci di colore sfregiati in volto che pattugliavano in quasi assetto di guerriglia urbana; oppure le manifestazioni a Città del Messico e nel Chapas, solo per fare degli esempi.
L’hip hop, per chi non lo sapesse, è nero, nel senso che la maggior parte degli artisti e dei proseliti sono di colore. Solo che io e la mia amica a cena al Lario’s on the beach, che è il locale cubano di Gloria Esteban sulla Ocean Drive, credevamo che il gruppo di ragazzoni di colore scesi da macchinoni incredibilmente cafoni ma anche costosissimi e strambi, parcheggiati proprio davanti al nostro tavolo fosse l’entourage dell’unico ragazzo bianco, magrolino e slavato, anch’egli tatuato, berrettato, canottato e catenato d’oro che nemmeno la statua di San Gennaro, secondo noi sullo stile Eminem. Grazie al nostro posto in prima fila abbiamo seguito tutte le fasi del rimorchio del falso Eminem che si è svolto in un primo aggancio da parte di un altro che sfoggiava una luccicante dentatura d’oro massiccio, poi il passaggio della preda, la finta ritrosia di lei, deliziosa ragazza di colore, la spinta, letteralmente parlando, da parte dell’amica tra le braccia di lui e la sgommata col macchinone per chissà dove. Per noi la star era andata via lasciando lì i bodyguard, fino a quando un ragazzo seduto al tavolo accanto non mi ha chiesto se il tipo col berretto nero etc. non fosse Ice Cube, ma tra la musica altissima proviene dall’interno del Lario’s e quella dai locali adiacenti, e la certezza di non riuscire ad afferrare sempre tutto quello che ascolto nei vari slang americani, ho dovuto far ripete la domanda fin quando non ho collegato il suono di quelle parole all’artista, che non era proprio uno sconosciuto. Dunque la star era il cicciotello di colore con la faccia da fesso, il ragazzo del tavolo accanto adesso ne era certo e il giorno successivo dopo un controllo in internet lo eravamo anche noi.
Struscio. Principalmente il Memorial Day Weekend si svolge facendo struscio tra la Ocean Drive, la Collins e la Washington, 24 ore su 24 come l’apertura dei Deli storici dove ti servono succulente polpette di carne in tutte le salse.
E tanta carne in vista e in tutte le salse c’era su quelle strade: ragazzone e ragazzoni obesi, le prime con tette e culi incredibilmente fuori misura anche per le sedute dei mezzi track modificati e laccati e degli hammer che sfilavano sulla Ocean, fasciate da abitini in tessuto stretch oppure con shorts ad evidenziare le cosce enormi piene di cellulite; i ragazzi con t-shirt extralarge e extralong e catene e berretti. Ma anche molti a dorso nudo palestrati, tatuati e anabolizzati talmente tanto da sembrare di plastica, e poi qualche fisichetto alla Beyoncé e Leona Lewis e anche una deliziosa sosia di Whitney Houston da giovane. Non c’erano le mezze misure, come è tipico del popolo americano.
Noi caucasiche eravamo perlopiù trasparenti in quel fiume di giovani di colore, abbiamo rimediato solo qualche appellativo tipo “ehi candy” ma anche “ehi mummy” forse per via dell’età, loro erano quasi tutti ventenni, pochi inviti non troppo convinti alle feste e saluti improbabili di mani che s’intrecciano, nocche e gomiti, al volo, passando. Ma soprattutto tanto rispetto e gentilezza, forse per via dei controlli serrati delle forze dell’ordine che presenziavano massicciamente schierando agenti bianchi e latini in auto, camion, bicicletta e federali in borghese a piedi ma con giubbotto antiproiettile. Insomma il traffico era più che sostenuto, ma se ti trovavi su ciglio della strada col semaforo pedonale rosso queste bande di ragazzi in motorino e auto erano capaci di fermarsi per darti la precedenza se capivano che eri incerta. I marciapiedi erano zeppi, praticabili a rilento, ma se ti capitava di sfiorarti distrattamente con un ragazzo nella classica incertezza del “passo io, passi tu”, magari proprio davanti alla parata di poliziotti attenti come falchi ad ogni movimento, ti sentivi dire ripetutamente “I’m sorry, I’m sorry, I’m so sorry”, decisamente spropositato rispetto all’accaduto irrilevante di per sé.
Abbiamo visto tre ammanettati seduti sul marciapiede circondati da una ventina di poliziotti, forse avevano rimandato indietro la pietanza perché non era ben cotta, oppure passando avevano rovesciato inavvertitamente il cocktail di qualcuno, non abbiamo avuto percezione di nulla di più pericoloso.
[Nell'immagine: Line Up - Michele Zalopany]
Gonna fly.
≡ venerdì, 30 maggio 2008 | ≅ (popup) commenti (2) |
Una voce femminile alquanto agitata risuona dall’altoparlante, ed ecco un piccione lanciarsi in picchiata verso la banchina numero quattro della stazione di Bologna.
Atterra in virata scivolando sul ciglio della linea gialla da non oltrepassare. Si riassetta le ali e come gli altri volta il capo in direzione del treno in arrivo. Sale in carrozza controllando il tagliando di prenotazione e si accomoda al suo posto tirando un sospiro di sollievo.
Finalmente si può rilassare, fa scivolare il dorso e la coda sul sedile e poi adagia le zampe sul trespolo poggiapiedi. Da sotto l’ala sinistra tira fuori l’iPod, si mette gli auricolari e si addormenta con la testa ciondoloni e il becco appuntato sul petto a mò di compasso.
Sogna il nido e suoi pulcini, granaglie e turisti giapponesi muniti di ombrellini parasole. Sogna una voce femminile, questa volta suadente, che annuncia: “Trenitalia ha il piacere di informare i signori passeggeri che questo treno sta per arrivare in perfetto orario alla stazione di Venezia”.
Per amore e non solo.
≡ mercoledì, 26 marzo 2008 | ≅ (popup) commenti (2) |
Pomeriggio, il mare ci invita a inseguire le onde lungo la costa. Partiamo in auto ipnotizzati dalla sua pervicace lotta contro i venti. Sotto intermittenti raggi di sole e nuvole cariche di pioggia è un susseguirsi di sfumature: dal verde acqua marina al blu cobalto punteggiato dal grigio delle isole antistanti la costa; dal profondo nero riflesso delle nuvole più minacciose alla schiuma candida delle onde infrante con violenza contro gli scogli. Ci sta trascinando come dei sugheri in balia della corrente, verso dove, ancora non sappiamo. Sostiamo più volte. C'è un fotografo intento ritrarre le onde, si volta a guardarmi e accenna uno scatto, io sorrido però mi sottraggo all’obbiettivo come sentissi che ho qualcosa di più serio da fare.
Arriviamo al porto, c’è ancora vento e fa freddo ma il sole sembra farsi largo e il mare lì dentro è una tavola solo lievemente increspata.
Sul molo ci accoglie un gatto dal pelo arruffato completamente bianco che ricorda la schiuma delle onde; ha un occhio celeste e uno marrone, si potrebbe erigere a simbolo dei gatti di porto con uno sguardo rivolto a mare e uno a terra. E’ intento a sozzare il manto strofinando il dorso sul terriccio bagnato, si riassetta al richiamo insistente di una donna che urla un nomignolo incomprensibile. Una donna mozzo che sta sulla banchina a pochi metri di distanza da noi accanto ad una strana goletta ormeggiata al fianco di una nave della Guardia di Finanza. Il gatto si gira verso di me, mi fissa per un attimo convincendomi a seguirlo. La goletta ci incuriosisce, vogliamo fare qualche domanda alla donna mozzo che nel frattempo viene raggiunta da un cane di piccola taglia, mentre il gatto cambia strada e va ad infilarsi sotto un’auto in sosta. Saltano all’occhio gli sponsor: Telecom Italia,Centro nazionale ricerche, Telespazio, Unicef e molti altri di minore importanza. Non capisco nulla di natanti e navigazione, però mi chiedo se tutte le barche destinate alla ricerca abbiamo un aspetto così bizzarro: ha lo scafo tozzo e squadrato, bulloni in vista, non ci sono rifiniture, rivestimenti e cromature, mi fa venire in mente i modellini rozzi del meccano. Domandiamo che tipo di ricerche fanno e la donna mozzo risponde che registrano i delfini quando capita, dipende infatti dai loro tempi e dalle loro rotte, non da quelle eventualmente programmate dal Cnr. Strana risposta, pensiamo. Ci vede perplessi e allora continua spiegandoci che viaggia con suo marito e suo figlio e che a bordo hanno numerose apparecchiature, da quelle utili per la navigazione e la sopravvivenza, per la maggior parte donate dai loro sostenitori, a quelle per esperimenti e progetti, tra cui il più importante è quello per lo studio a distanza di suo figlio. Ci invita a salire per offrirci un caffè, ma noi rifiutiamo perché ci sentiremmo degli intrusi in una casa così piccola e vitale che è più un prolungamento del corpo che un mezzo, questo è quanto percepiamo dalle sue parole.
Eureka! Quasi all’unisono chiediamo se sono loro la famiglia che ha costruito la barca nel giardino di casa per far vivere il figlio affetto da una grave forma di asma in mezzo al mare, risponde che vivono in quella barca da cinque anni. Vogliamo sapere del bambino che adesso ha undici anni e sta bene, anche se ha perso la funzionalità polmonare per il 2% e un giorno hanno dovuto ricoverarlo d’urgenza riuscendo fortunatamente e riaprire un polmone che si era chiuso. Sappiamo che un fumatore accanito può arrivare ad una percentuale maggiore, lei ci spiega che il loro scopo è quello di non far diventare il figlio un adulto handicappato. Il bambino frequenta la scuola in video conferenza ed è diventato ambasciatore Unicef al fine di divulgare i risultati del progetto tra i paesi del Mediterraneo nei quali studiare non è facile; però lei, il capitano e non più il mozzo da come la vedo io, storce la bocca, forse li stanno cavalcando a sproposito con sua disapprovazione. Ancora non sappiamo dove siano figlio e marito, continuiamo a preoccuparci di non turbare la sua suscettibilità, all’inizio senza capire che anche lei sta facendo lo stesso con noi. Diventa un balletto: un passo lei, con evidente voglia di raccontarsi però determinata a non impietosire, e uno noi, timorosi di esagerare con le indiscrezioni. Perciò domandiamo poco e cerchiamo di intuire il resto. Richiama il cane che ha appena preso una zampata dallo spietato gatto di porto, lo prende in braccio per consolarlo, poi quando azzardo la domanda sugli sponsor volendo soddisfare la mia curiosità sui finanziamenti, lei mi fissa negli occhi. Ha lo stesso sguardo vivido del gatto, stesso occhio marrone; ne vedo uno solo, l’altro deve essere blu come mi appare tutto il resto della sua figura confusa fatta forse di una corporatura da contadina del novarese dalla carnagione rovinata dal sole, i capelli ingrigiti e un sorriso tirato. Vivono con seicento euro al mese. A volte si rovista le tasche in cerca di spicci per non far mancare il gelato al bambino; per Pasqua ha cucinato il bollito perché è meno costoso dell’agnello. Le chiedo se ha visto la fiction sulla loro storia, risponde che era fedele ma pur sempre una fiction, loro ad esempio sono sempre stati più vitali e determinati dei personaggi. Chiedo se la storia dell’architetto che ha progettato la barca è vera, risponde di essersi raccomandata di non sceneggiare la morte della moglie dell’architetto, non l’hanno fatto e così lui rivedendola è rimasto molto male. Quando chiedo se almeno gli ha fruttato un qualche compenso, mi fissa di nuovo con l’occhio marrone vivido raccontandomi che gli ottomila euro a loro erano sembrati una manna, solo in seguito gli hanno spiegato che avrebbero potuto ricavarne molto di più. Chiedo come facciano a pagare le soste nei porti, dice che in realtà non navigano così spesso e solo grazie alla solidarietà della Guardia di Finanza che li ospita nei loro approdi quando sono disponibili riescono ad evitare il pagamento della tassa nei porti.
Questo, insieme ad una accorata dissertazione contro il consumismo innescata dal tema sulle tasse portuali e sul lusso, è tutto quello che riesco a sapere sulla loro rete di sostentamento.
Mi chiedo perché mi stia fissando come fossi una madre che conosce i sacrifici che si fanno per un figlio. So, però, che è una costante della mia vita quella di attrarre i bisognosi, tanto che per un istante ho pensato di non farmi agganciare dal suo sguardo, per codardia, non per altro. Perché se devo pensare e agire in situazioni contingenti come questa preferisco farlo a sangue freddo, senza coinvolgimenti emozionali. Tutto questo lei lo sa e agisce di conseguenza evitando pietismi, forse pensando che io sia mossa da un sentimento ben più nobile della codardia, ad esempio il rispetto per l’altrui pudore. Comunque non è una Circe, non vuole incantarmi né impietosirmi, altri motivi la spingono a guardarmi dritto negli occhi: vuole comprensione, convincermi e convincersi che ha fatto la scelta giusta, vuole sostegno morale per motivarsi e andare avanti con un figlio malato, seicento euro al mese, una barca da governare, gli sponsor da trovare e le insidie del mare. Parla della loro situazione economica sebbene non farebbe mai richieste dirette, semplicemente lo fa con intelligenza, sicché non tiriamo fuori i portafogli come stavamo pensando di fare, non promettiamo nulla, chiediamo solo i loro contatti per poterli aiutare. Il bambino è a bordo con un amico, non lo vediamo ma possiamo immaginarlo: gli manca l’esperienza di strada e quando la madre voleva comperargli i jeans dal cavallo basso lui li ha rifiutati perché sarebbero stati d’impiccio sulla barca. A volte hanno paura del mare, lo scrive anche il bambino nella sua lettera di presentazione; è comprensibile, in effetti non avevano alcuna esperienza di navigazione, ma col senno di poi, ci rivela, avrebbe vissuto questa esperienza anche se non ci fosse stato il problema di salute del bambino.
Ricomincia a piovere e fa freddo. Ci lasciamo, lei ricevendo sorrisi e auguri “per tutto”, e noi con due indirizzi e-mail che normalmente ricevono numerose commoventi testimonianze di solidarietà, e poi quello di un sito.
Siamo in auto che continuiamo ad interrogarci, riflettiamo e facciamo le nostre ipotesi. Non conosciamo il mercato delle barche usate né i costi di restauro, evidentemente la barca fai da te gli ha consentito un risparmio ingente. Già, ma quante possibilità avranno avuto di ottenere un buon risultato, una barca solida nel tempo? Che le probabilità di fallimento siano state molte o poche, avranno pensato ad un’alternativa. Eppure ci riesce difficile pensare all’alternativa considerando che hanno investito tutti i loro risparmi nell’impresa. Ecco, l’impresa, la loro è un’impresa epica. Ma forse loro preferiscono pensarla come un’impresa biblica, chissà. In ogni modo, probabilmente la malattia del figlio gli avrebbe consentito di trasferirsi in una casa al mare, magari su di un isola spoglia dalla vegetazione, ma in tal caso avrebbero dovuto cercarsi un nuovo lavoro con il rischio di non riuscire a coprire le spese, lo Stato si sarebbe rivelato inadeguato e la comunità si sarebbe fatta carico di loro per un breve periodo per poi lasciarli al loro destino, come spesso purtroppo accade. Una barca usata non fa scalpore quanto una costruita con le proprie mani e inesperienza nel giardino di casa nel novarese: è l’impresa, ponderata includendo anche il rischio del fallimento, perché sicuramente chiunque avesse creduto e investito nell’impresa non li avrebbe abbandonati.
Ci chiediamo anche se i seicento euro mensili corrispondono ad un sussidio pubblico e se raggiunti i sedici anni, età in cui si dovrebbe stabilizzare la malattia, il bambino ormai ragazzo, vorrà ancora vivere sulla barca.
Ma forse le nostre sono solo inutili congetture perché la realtà è diversa e molto meno contorta.
Leggeremo il sito e scriveremo e-mail, anche per sapere i loro nomi che era superfluo chiedere sul momento.
L’amore ai tempi dell’high quality.
≡ lunedì, 07 gennaio 2008 | ≅ (popup) commenti (14) |
Il tradimento era un lusso sfrenato che non potevamo permetterci. Abbiamo provato a ridimensionarci puntando sulla qualità del nostro rapporto. Eravamo solo una piccola impresa di due elementi, non erano ammessi colpi di testa. Potevamo però provare a registrare il nostro marchio di coppia, rendendola unica e inimitabile, un prodotto di nicchia dove la nicchia eravamo noi due. Era fondamentale essere sempre all’avanguardia nel saper rinnovare il sentimento per non cadere nell’effetto globalizzazione: non volevamo ritrovarci a letto tu a pensare a un'ucraina e io a un brasiliano. Abbiamo tentato di sprigionare la nostra creatività e innovare quando era il momento. Eravamo determinati a riconvertire il grigiore, quando si fosse presentato, in un rapporto sostenibile: riseminando il nostro giardino per vedere nascere nuovi germogli, purificando l’aria e creando un ambiente sano e ricco che ci facesse amare e stare bene, anche in previsione di un ampliamento. E poi sapevamo che ci voleva attenzione al dettaglio quando si è piccole imprese, per non creare un prodotto di massa, bensì uno unico nel suo genere e che fosse corredato di tutte le azioni facenti parte di un’intera filosofia di vita, che ci avvolgesse totalmente, che fosse funzionale ed esteticamente bello. Un prodotto da desiderare e far durare nel tempo. Perché i buoni prodotti, quelli di alta qualità, durano nel tempo.
Conoscevo il tuo pensiero profondo: tutto ciò in cui stavamo investendo apparteneva al superfluo della vita e, in quei tempi, le piccole imprese erano destinate a fallire. Preferivi la botta di lusso sfrenato a costo di rovinarci.
Ma io sostenevo che il problema era un altro. Eravamo privi di creatività, come avremmo potuto vivere nella poesia e nella bellezza facendo del nostro rapporto un’opera d’arte? Sì, lo so, si parlava di prodotto high quality e non di opera d’arte, se pensi però che questi prodotti arrivano ad avere valore pari alle opere d’arte forse anche loro entrano nel sublime. Dopotutto siamo qui a dare un prezzo ai sentimenti come alle cose. La creatività, quella che a noi mancava, era il valore aggiunto che rende le cose irripetibili. Questione d'ispirazione, a volte.
Inoltre, avremmo dovuto iniziare investendo lo stesso capitale per andare di pari entusiasmo, perché ad un divano Cassina non si può accostare una poltrona Mondo Convenienza, si rovina l’ambiente.
[Nell'immagine: In the Land of Gods - Marc Chagall]
Le chat, Ã pas de brume, s'enfuit dans la nuit brune.
≡ martedì, 04 dicembre 2007 | ≅ (popup) commenti (5) |
La gatta era inquieta. Il pelo era arruffato, le vibrisse erano ritte come fusi e gli occhi come obbiettivi aperti pronti a catturare ogni luminescenza e seguire qualsiasi movimento furtivo nel buio della notte. Sentiva odore di lacrime salate e udiva battiti di cuori offesi. Miagolava, ringhiava, a tratti soffiava contro i suoi fantasmi. Nervosa e senza posa si rigirava nel suo giaciglio. Il sesto senso le faceva presagire un qualcosa che nel mentre la notte scorreva di lì a poco sarebbe accaduto.
La gatta, che sciocca! Per non cacciarsi nei guai non le sarebbe bastato l'istinto e le nove vite messi assieme, peraltro vite destinate ad esaurirsi, com'è ovvio. Era necessaria un'intelligenza che non possedeva per natura. Ancora una volta si era gettata d'impulso a seguire una traccia su di un terreno mai esplorato prima. Degna rappresentate della sua specie, adesso miagolava incessantemente spaurita, tremante e bisognosa d'aiuto per uscire da quell'anfratto buio, che poteva essere altresì un cunicolo stretto, oppure la cima di un albero sul quale si fosse abbarbicata per seguire la scia di un cirro capriccioso. Fatto sta che qualcuno chiamò i pompieri e la gatta fu salva.
Ecco, se mai mi vedeste in difficoltà, chiamate un pompiere.
Assolutamente non ispirato da questo romanzo, che è ben altra e assai più bella cosa: http://www.lulu.com/content/859145
Avvertenze: munirsi di coraggio per decisioni drastiche postume ed eventuali, nonché per uscire indenni dall'ultimo capitolo. Fornirsi anche di concentrazione per giungere ad una giusta comprensione del messaggio.
[Nell'immagine: Le chat blanc - Pierre Bonnard. Il titolo del post è tratto da una poesia di Catherine Dehay]




